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A Londra la fiera d'armi che calpesta i diritti umani

Fonte: MISNA - 18 settembre 2015

Armi per i bambini-soldato, in paesi dove i diritti umani sono calpestati ogni giorno e non è mai troppo presto per imbracciare un fucile automatico. Anche per colpa delle potenze industriali che, dietro gli slogan della "difesa" e della "sicurezza", sulle armi realizzano profitti miliardari. L’ultima conferma arriva dai Docklands di Londra, dove è in corso la più grande fiera europea di armi e tecnologie a uso bellico, la Defence and Security Equipment International Exhibition. Circa 1500 aziende, in rappresentanza di 50 paesi, per oltre 32.000 visitatori.

"La fiera – dice alla MISNA Symon Hill, della rete Campaign against Arms Trade - permette alle aziende produttrici di armi di incontrare i rappresentanti dei governi, compresi quelli di regimi aggressivi e oppressivi come l’Arabia Saudita, il Bahrain o Israele ; ospitandola, il governo inglese mostra il proprio disprezzo per i diritti umani". Secondo dati pubblicati questa settimana dal quotidiano The Guardian, negli ultimi cinque anni la Gran Bretagna ha venduto apparecchiature militari a 19 dei 23 paesi sanzionati dall’Onu per gravi violazioni dei diritti dei minori o l’impiego di bambini-soldato. Tra il giugno 2010 e il marzo 2015 il valore degli affari autorizzati dal governo di Sua Maestà nei paesi a rischio ha superato i 735 milioni di sterline, più di un miliardo di euro. Soldi arrivati dalla Colombia, la Repubblica Democratica del Congo o la Somalia, nonostante guerre civili e movimenti ribelli continuino a uccidere.

Selex Finmeccanica DSEI 2015 Ma a Londra non vendono solo gli inglesi. Tra gli stand ci sono anche aziende italiane, a partire da Finmeccanica, che fanno affari d’oro. L’ultima denuncia è giunta in occasione della Giornata internazionale della democrazia, istituita dall’Onu nel 2007 e celebrata martedì scorso. Giorgio Beretta, responsabile dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di difesa e sicurezza (Opal) di Brescia, dice alla MISNA che gli ultimi dati pubblicati dal governo italiano confermano come tra i primi quattro paesi acquirenti delle armi tricolori tre siano retti da regimi autoritari. Due di questi, per altro, sono da mesi impegnati in una campagna militare in Yemen che ha già provocato migliaia di morti: dietro l’Algeria (prima con transazioni con l’Italia per un miliardo e 431 milioni), ci sono infatti l'Arabia Saudita (un miliardo e 205 milioni) e gli Emirati Arabi Uniti (un miliardo e 128 milioni). “Nonostante l’aggravarsi del conflitto non risulta che il nostro governo abbia sospeso l’invio di sistemi militari alla coalizione saudita" denuncia Beretta, facendo riferimento in particolare a bombe prodotte dal gruppo RWM Italia: “Ordigni inesplosi del tipo di quelli inviati dall’Italia, come le MK84 e le Blu109, sono stati ritrovati in diverse città colpite dalla coalizione saudita”.

Il nostro paese, del resto, fa affari in tutto il Medio Oriente. "Negli ultimi 25 anni – sottolinea Francesco Vignarca, della Rete italiana per il disarmo - sempre più armi ‘made in Italy’ hanno alimentato conflitti e sostenuti regimi repressivi in violazione della legge 185/1990 sul controllo dell’esportazione, dell’importazione e del transito dei materiali di armamento".

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