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Sulle spese militari, il Ministro dà i numeri

Gianni Alioti
Fonte: Unimondo - 27 febbraio 2012

Nel documento sui cento giorni del Governo Monti si sostiene che la spesa per la Difesa in Italia, in rapporto al PIL, è la più bassa d’Europa. Da un Governo fatto di tecnici e professori ci si aspetterebbe, almeno, che sappiano “far di conto”. Invece in questo caso, come sul costo dei caccia-bombardieri F35 e sulle ricadute occupazionali del programma, stanno “dan Dollar tank do i numeri”.

Con un’operazione contabile che ricorda molto la “finanza creativa” con la quale si è portato il nostro debito pubblico al 120 per cento del PIL, nel documento si afferma - con “bocconiana” altezzosità - che le spese militari in Italia sarebbero solo lo 0,90 per cento del PIL contro una media Ue del 1,61 per cento.

Quale sia la fonte e il modello comparativo adottato non è dato saperlo. Possiamo, però, intuirlo e dare una “picconata” alla presunta serietà di questo Governo, almeno in faccende militari e di armamenti.

Questo numero magico (lo 0,9 per cento) non è nuovo. Lo stesso Ammiraglio Di Paola, passato in tutta fretta dal comando della NATO al ruolo di Ministro della Difesa lo aveva usato in precedenti occasioni, per cercare che la scure del rigore non si abbattesse pesantemente sulle “alte uniformi” e sugli approvvigionamenti militari.

Peccato che sia proprio la NATO (e non Anonymous) a smentire quel numero.

La NATO nel suo report, Financial and Economic Data Relating to NATO Defencepubblicato il 10 marzo 2011 e accessibile a chiunque, confronta la spesa militare dei paesi che partecipano all’Alleanza Atlantica dal 1990 al 2010. Ovviamente lo fa riclassificando i criteri contabili e gestionali di ciascun paese in modo che le voci di spesa incluse nell’analisi comparativa siano le stesse. Non c’è bisogno di avere un dottorato in Economia alla Bocconi per sapere che non si possono comparare “mele con pere”.

La NATO per dare maggiore attendibilità al confronto tra i paesi, oltre a calcolare il peso delle spese militari sul PIL su base annuale, fa una comparazione dei valori medi in un arco temporale di cinque anni.

Che cosa è evidente dai dati forniti dalla NATO?

1. La spesa militare in Italia in rapporto al PIL (a prezzi correnti) non è la più bassa dell’Unione Europea, come scritto nel documento ufficiale della Presidenza del Consiglio, “Governo Monti: attività dei primi cento giorni”. Non solo è maggiore del “magico” 0,9%, ma è superiore al dato di Germania e Spagna (per restare ai paesi territorialmente comparabili al nostro). E’ vero che Francia e Regno Unito spendono di più dell’Italia, ma non possiamo dimenticare che questi paesi, oltre ad essere membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, hanno propri arsenali nucleari i cui costi di semplice mantenimento e messa in sicurezza sono enormemente alti. Rimane la Grecia, il paese più spendaccione - in campo militare - dell’intera UE in rapporto al proprio PIL. Non mi sembra, però, un caso virtuoso da prendere ad esempio per riformare il sistema di Difesa in Italia e ridurre il debito pubblico.

2. Anche i dati per l’anno 2010 (i più recenti in ambito NATO) confermano che la spesa militare in Italia in rapporto al PIL (a prezzi correnti), pur escludendo la quota destinata all’Arma dei Carabinieri, non è la più bassa dell’UE. L’Italia è al 1,4%, come la Germania e più della Spagna (1,1%), mentre la media NATO dei paesi europei è al 1,7%, di poco superiore a quella italiana.

3. Infine, se compariamo non i valori statici, ma il trend - cioè la variazione nel te Spese militari mpo - l’Italia è uno dei paesi europei che meno hanno ridotto il peso delle spese militari in rapporto al PIL nell’arco di venti anni: in Francia questo rapporto si è ridotto del 30%, in Germania del 38%, in Grecia del 28%, nel Regno Unito del 32%, in Spagna del 25%, mentre in Italia del 20%.

Se permangono dei dubbi sulle fonti, consiglio di verificare non il sito della Rete Italiana Disarmo, ma quello della Central Intelligence Agency (sì, proprio la CIA). Nella sua pubblicazione The World Factbook”, c’è l’elenco della spesa militare di ciascun paese (non solo NATO) in rapporto al proprio PIL. L’Italia - secondo la CIA - spende l’1,8% del proprio PIL.

Il dato curioso è che, mentre i valori per molti paesi sono aggiornati al 2009, quello dell’Italia è fermo al 2006. Non certo perché la CIA non ha accesso alle tabelle NATO. Più semplicemente perché non ha ritenuto corretto che dal 2007 la NATO non abbia più considerato le spese per l’Arma dei Carabinieri. Scelta alquanto discutibile fintanto che quest’ultima dipenderà dal Ministero della Difesa e sarà impiegata in scenari di guerra, come i contingenti di Esercito, Marina e Aeronautica.

Dello stesso parere è il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) - il prestigioso istituto svedese indipendente - che nel monitorare le spese militari nel mondo, secondo una metodologia corretta, che stabilisce di includere ed escludere le stesse cose nei dati di ciascun paese, certifica che l’Italia spende in media nel periodo 2005-2009 l‘1,8% del PIL. E' solo lo 0,2% in più dei dati NATO ma un valore doppio rispetto a quello dichiarato dal Governo italiano.

Com’è possibile un divario così ampio? La ragione è semplice. Lo 0,9% è il risultato di una manipolazione contabile che sottrae dal calcolo delle spese militari, le voci del bilancio del Ministero della Difesa destinate alle pensioni e accantonamenti obbligatori, alle funzioni esterne (es. l’impiego dei militari in interventi di protezione civile) e all’Arma dei Carabinieri (in totale più di un terzo del budget). Nello stesso tempo non computa né il fondo per le missioni internazionali (1,640 miliardi di euro nel 2011), ascritte in bilancio al Ministero dell’Economia e Finanze, né i fondi ascritti al Ministero dello Sviluppo Economico per finanziare programmi di nuovi sistemi d’arma (2,248 miliardi di euro nel 2011).

Lo 0,9% corrisponde, quindi, solo alle spese di personale, esercizio e investimento a bilancio del Ministero della Difesa, mentre le spese - pur espressamente militari - sostenute da altri dicasteri non sono calcolate.

Non si tratta, qui, di discutere sulla necessità di una riclassificazione della spesa militare per arrivare ad una definizione standard comunemente accettata a livello internazionale. Ciò che non si può accettare è l’operazione strumentale con cui il Governo italiano, mentre arbitrariamente esclude dal calcolo delle spese militari la voce pensioni e non include i fondi delle missioni internazionali, lo fa solo per l’Italia e non per gli altri paesi, finendo per comparare “mele con pere”.

Gianni Alioti. Ufficio Internazionale Fim-Cisl

Note: Articolo al link [[Img13355]]
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