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L’Italia vende armi ai Paesi canaglia

Brian Wood, responsabile di Amnesty International per le questioni militari e di sicurezza. Era a Milano, a Science for Peace, per parlare di traffico di armi.
Beatrice Montini
Fonte: City - 21 novembre 2011

Il commercio di armi è un business mondiale. Di che cifra parliamo?

Per quanto riguarda le spese militari, le stime più attendibili dicono che nel 2010 si sono superati, per la prima volta, i 1600 miliardi di dollari: una crescita dell’1,3% rispetto al 2008 e del 50% nel decennio. L’impegno dei governi per eserciti e armamenti ammonta al 2,6% del Pil del pianeta: circa 240 dollari a persona. Una larga parte di questi fondi è destinata alla produzione e compravendita di armi.

Quale è il confine tra commercio legale e illegale di armi?

Circa il 75% dei trasferimenti di armi è di natura legale, anche se poco controllata. La restante area è coperta invece dai traffici illegali o dalle vendite cosiddette “grigie”, cioè che partono in una maniera legale o autorizzata per finire poi – con le “triangolazioni” - in luoghi carticce ak47 in mano dove le armi non dovrebbero arrivare mai.

Quali sono i “costi umani”di questa proliferazione di armamenti?

Le cosiddette “armi leggere” sono responsabili di 500mila morti all’anno: un morto al minuto. Inoltre tutti i i tipi di armamenti -in particolare quelli che vanno a rafforzare i regimi autoritari - provocano continue violazioni dei diritti umani, soprattutto per le donne e le fasce deboli della popolazione, e impediscono la cancellazione di povertà, disuguaglianze, problemi sociali.

Quali sono i Paesi che esportano e producono di più, e quali quelli che importano più armi?

Da diversi anni i principali esportatori sono gli stessi: Usa, Russia e Ue che, secondo i dati degli ultimi anni, è al top della lista. Gli importatori sono invece i paesi dove i conflitti sono più aperti o pronti a scoppiare: il Medio Oriente, l’Asia. Qui in particolare India e Pakistan.

E l’Italia?

L’Italia è tra i paesi leader della produzione. Sia per alcune tipologie particolari di armamento, come gli elicotteri, sia per le armi leggere. Con un incremento costante negli ultimi anni.

A chi le vende? Anche ai Paesi “canaglia”?

Le analisi fatte dalla Rete Italiana per il Disarmo - con cui collaboriamo - dimostrano che i destinatari di armi “made in Italy” sono sempre di più i Paesi del Sud del mondo o in qualche modo a rischio di conflitti o violazioni dei diritti umani. Tutto questo è un grave problema, visto che i trasferimenti irresponsabili di armi verso aree “calde” possono creare enormi danni alle popolazioni locali.

Secondo un recente rapporto di Amnesty, Usa, Russia e Ue hanno venduto armi poi usate dai regimi dittatoriali per reprimere le recenti rivolte nei Paesi arabi (dalla Libia all’Egitto). Come è stato possibile?

Negli ultimi 10 anni molti Paesi hanno fornito armi al Nord Africa e al Medio Oriente: come la Francia o l’India che ha fornito carri armati e l’Italia che è stato il principale fornitore della Libia di Gheddafi, anche con vendite di migliaia di pistole e fucili. Tutto questo è possibile perché i governi non hanno una “policy” che permetta una valutazione rigorosa dei “rischi” delle esportazioni di armi. Spesso le autorizzazioni vengono rilasciate senza valutare le conseguenze.

Ma esistono delle regolamentazioni del commercio di armi a livello europeo? Perchè non funzionano?

Da alcuni anni esiste un Codice di Condotta europeo con diversi criteri anche ben articolati. Il problema è che non è legalmente vincolante. Mentre il Trattato Internazionale sui Trasferimenti di Armi che gran parte della società civile (Ammesty in testa) sta chiedendo a gran voce dovrebbe determinare regole forti, certe Brian Wood e uguali per tutti.

A che punto siamo?

Quando abbiamo iniziato a lavorarci nel 1990 eravamo considerati dei matti. Poi nel 2006, grazie al sostegno di organizzazioni non governative in tutto in mondo, siamo riusciti ad aprire il dialogo e le negoziazioni con l’Onu. Il trattato verrà discusso a New York a luglio.

Come dovrebbe funzionare ?

Al momento il testo contiene una serie di “golden rules” (regole d’oro, ndr), cioè criteri forti e legalmente vincolanti. In particolare che le armi non devono essere trasferite nei Paesi in cui possono contribuire a serie violazioni dei diritti umani o a gravi violazioni della Convenzione di Ginevra.

Lei questo fine settimana era a Milano per la conferenza di Science for Peace, sono importanti questi appuntamenti?

La conferenza di Science for Peace è uno dei più importanti forum per discutere nuove idee, soluzioni e progetti per ottenere la pace, risolvere e prevenire i conflitti. Per noi quindi è importante essere qui a dare il nostro contributo.

Note: Articolo al link http://city.corriere.it/2011/11/21/milano/l-intervista/l-italia-vende-armi-paesi-canaglia-40169284998.shtml

Allegati

  • city - Fonte: City
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