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Approfondimenti

Il punto nel convegno all'Università di Bergamo, il ruolo delle banche per favorire la trasparenza

Commercio d'armi «Serve chiarezza sui finanziamenti»

Italia prima al mondo per esportazioni non militari
Fonte: Eco di Bergamo - 14 novembre 2011

Il ruolo delle banche nel finanziamento dell'industria militare e nel commercio delle armi e l'orientamento preso in questo ambito negli ultimi anni dagli istituti di credito: questo il tema affrontato durante il seminario «Finanza e armamenti: la responsabilità sociale degli istituti di credito nel commercio delle armi», svoltosi presso la facoltà di Economia dell'Università di Bergamo. Organizzato dalla Tavola della pace della nostra città con il patrocinio dell'assessorato alla Cultura del Comune di Bergamo e l'adesione della Rete bergamasca di economia solidale Cittadinanza sostenibile, dell'osservatorio Cores e del Coordinamento enti locali per la pace, il seminario ha voluto fare il punto della situazione, partendo dall'analisi dei dati e delle esperienze in atto.

Temi scottanti

Un seminario dove, per la prima volta, sono stati affrontati pubblicamente temi così scottanti. «Le teorie, proposte da diverse autori, sulla responsabilità degli istituti di credito sono diverse – ha spie banche armate gato Silvana Signori, ricercatrice del Dipartimento di Economia aziendale dell'ateneo bergamasco -. La prima vede le banche responsabili in quanto i loro finanziamenti permettono la produzione o la commercializzazione di armi; la seconda in quanto traggono profitto da un'azione considerata critica; la terza le vede invece compartecipi con altri soggetti dell'attività finanziata. Per questo è sempre più necessario che le banche definiscano una propria policy interagendo allo stesso tempo su diversi fronti, agendo in modo sinergico con altri soggetti».
«Non bisogna fermarsi al criterio della legalità e dell'autorizzazione, altrimenti non si va da nessuna parte. Spesso non ci si rende conto di quello che abbiamo ottenuto finora: la messa al bando delle mine e delle cluster bomb. La pace non si produce da se: ciascuno ne ha una specifica responsabilità. E non è vero che i cittadini non possano fare nulla» ha sottolineato durante la presentazione della sua relazione Giorgio Beretta, ricercatore della Rete italiana disarmo (coordinamento di oltre 30 associazioni, nato nel 2003 con lo scopo di monitorare la produzione e il commercio italiano e internazionale di armi in rapporto al rispetto dei diritti umani, alla pace e al disarmo). Nonostante l'entrata in vigore della legge 185/1990, che reca la prima disciplina organica nella materia degli scambi di materiali d'armamento - la quale deve conformarsi alla politica estera e di difesa dell'Italia nel rispetto dei principi fondamentali della Costituzione e in particolare del ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali – le esportazioni di armi italiane hanno avuto una grossa impennata dal 1990 al 2009: sono scese le autorizzazioni emesse, ma sono aumentate le consegne effettive.

Cosa dice la legge

La legge infatti non impedisce le autorizzazioni, ma le rende trasparenti, sottraendo la materia al segreto militare vigente in precedenza. Secondo i dati forniti dal registro dell'Onu sul commercio internazionale (Un Comtrade), l'Italia nel 2009 è stata, per il quinto anno consecutivo, il primo Paese al mondo per esportazioni di «armi da fuoco» di tipo non militare: con quasi 250 milioni di esportazioni ha preceduto Brasile, Germania e Usa. Destinatari: Usa, Francia, Federazione Russa, Regno Unito, Germania, Spagna, Grecia, Libia (oltre sei milioni di dollari e 3.706 armi), Giordania e Egitto. A livello europeo il nostro Paese si è invece classificato terzo, dopo Francia e Germania, con il 13,2% di autorizzazioni per l'esportazione di armi. Per quanto riguarda invece la policy intrapresa negli ultimi anni dalle banche, per valutare correttamente le direttive emesse dalle stesse, bisogna considerare due elementi: la pubblicazione e i punti salienti di tali direttive e il reporting delle operazioni relative a esportazioni di armamenti italiani.
Due sono le posizioni radicali: chi rifiuta qualsiasi tipo di arma e chi invece non si pone il problema visto che il rifiuto potrebbe essere invece portato avanti da terzi. Chiarezza, trasparenza e responsabilità sono le parole chiave di questa policy. Durante il seminario sono intervenuti anche diversi rappresentanti degli istituti di credito del territorio: Damiano Carrara di Ubi Banca, Roberto Perico del Credito Bergamasco, Valter Serrentino di Intesa San Paolo e Sabina Siniscalchi di Banca Popolare Etica: ognuno ha brevemente illustrato la propria policy.

Per altre informazioni: www.banchearmate.it e www.vizicapitali.org.

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