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Mancano i controlli in un commercio che ammonta a circa 100 miliardi di dollari

L'assenza di regole spiana la strada delle armi

E la morte oltrepassa le dogane in un pacchetto
Francesco Vignarca
Fonte: Corriere della Sera - 14 novembre 2010

Periferia di Milano, metà del 2000. La polizia fa irruzione in una stanza d'albergo trovando uncittadino di origine ucraina (ma con passaporto israeliano e documenti di altre nazioni) circondato da droga, diamanti e prostitute. Le indagini raccolgono una serie di prove schiaccianti sulle sue responsabilità nel traffico di armi internazionale: su tutte la massiccia fornitura di fucili, pistole e mitragliatori ai ribelli del RUF in Sierra Leone. Un paese dilaniato dalla guerra civile e per cui è in vigore un embargo internazionale. Eppure nel 2002 la magistratura è costretta a rilasciare il trafficante per “mancanza di giurisdizione”, in quanto l'accertata compravendita di armi non le ha viste transitare sul territorio italiano.
Cambiamo scenario. Nell'Iraq controllato dalle forze della coalizione internazionale dopo la deposizione di Saddam Hussein il problema principale è sempre stato quello della sicurezza e degli atti di guerriglia e terrorismo. In tale ottica gli Stati Uniti hanno da subito approntato un programma di massiccia fornitura militare alle nuove autorità del paese. Un'operazione di vendita di armi di oltre 19 miliardi di dollari. Eppure di 110mila (su 185mila) AK47, i famosi mitragliatori Kalashnikov, e di 80mila pistole (su 110mila) forniti fino al settembre 2005 dagli USA si erano perse le traccie dopo nemmeno due anni. Più della metà delle armi inviate in un luogo segnato da un conflitto aspro, e dalle conseguenze distruttive soprattutto per la popolazione civile, si erano letteralmente “volatilizzate”. Traffico armi
Questi episodi ci raccontano dell'estrema irresponsabilità del commercio di armamenti: un "affare" dal valore globale (per i trasferimenti di armi convenzionali) di circa 100 miliardi di dollari americani. Sembrerà paradossale, ma in un mondo che pretende di conoscere la storia della singola fetta di carne che compriamo dal macellaio non esistono regole globali e certe (e non vengono applicati gli strumenti di tracciabilità che pure ci sarebbero) per le forniture di armamenti.
Anche se ci sembrano lontane, le strade delle armi possono invece incrociare quelle che percorriamo quotidianamente, rendendo più insicuro tutto il nostro mondo. Lo dimostriamo in un'inchiesta appena pubblicata per Altreconomia in cui abbiamo scoperto come, per fare arrivare parti di armi a paesi dalla situazione politica problematica o addirittura in conflitto, bastasse rendere anonimo un semplice pacco e spedirlo con documenti di accompagnamento fasulli. In questo modo, a partire dall'Italia, pezzi di armamento hanno raggiunto in maniera silenziosa ed ovviamente illegale diverse aree del globo.
E' quindi arrivato il momento di mettere un freno a questo mancato controllo, quantomeno regolando il commercio di armi sulla base di principi basati sui diritti umani e sulla responsabilità complessiva degli Stati. Il cui compito principale è, o dovrebbe essere, quello di proteggere veramente i propri cittadini. Un obiettivo che è stato ed è al centro della campagna internazionale “Control Arms”, capace di raccogliere oltre un milione di volti (oltre 40.000 in Italia grazie all'azione di Rete Disarmo) per la petizione “Mettiamoci la faccia”. Uno strumento di pressione tramite cui personaggi famosi e cittadini di ogni paese hanno chiesto ai governi di elaborare un Trattato internazionale con regole certe sui trasferimenti di armi. La richiesta è giunta fino al consesso delle Nazioni Unite tanto che nel 2006, l’Assemblea Generale ONU ha votato, con 153 stati a favore e uno contrario (gli USA di George Bush), l’istituzione di un processo specifico per giungere ad un Trattato. Oggi, con un approccio più positivo da parte dell’Amministrazione Obama, le negoziazioni riguardanti il Trattato sul Commercio di Armi sono in corso e culmineranno nel 2012, si spera, con l'approvazione di uno strumento forte ed efficace, anche alcuni paesi sono ancora scettici al riguardo (ad esempio Russia, Cina, India, Pakistan, Egitto e altri ancora).
Noi auspichiamo che l'Italia si faccia promotrice dei massimi standard di controllo, anche se in questi giorni è invece iniziata sotto cattivi auspici la modifica della nostra legislazione sull'export di armamenti. Il Governo – che deve recepire una direttiva UE in materia – ha deciso di cambiare la legge 185/90, nata venti anni fa grazie allo sforzo della società civile e con l'idea del massimo controllo parlamentare, chiedendo l'approvazione di una legge delega.

Note: In allegato PDF della pagina

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  • Francesco Vignarca - Fonte: Corriere della Sera
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