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A dieci anni dalla nascita del Codice di Condotta Europeo le ONG del continente ne analizzano i problemi in un Report congiunto.

Il sistema di controllo europeo sulle armi mostra “i segni dell’età”

Fonte: Rete Italiana per il Disarmo - 06 giugno 2008

Domenica 8 giugno il “Codice di Condotta dell’Unione Europea sull’esportazione di armi” compirà dieci anni di vita, e già mostra pienamente i segni dell’età. Se al momento della sua nascita questo strumento, che è stato in assoluto il primo accordo regionale sull’export militare, costituì una forte innovazione, oggi il Codice di Condotta fatica a rapportarsi alla natura globalizzata del commercio di armi del 21° secolo. Ne danno dimostrazione le analisi raccolte in un documento elaborato da 8 organismi della società civile di 7 paesi europei, tra i quali trova posto per l’Italia la Rete Italiana per il Disarmo. Il report ha come titolo “Good conduct? Ten years of the EU Code of Conduct on Arms Exports” (Buona condotta? Dieci anni del Codice di Condotta dell’Unione Europea sull’esportazione di armi)

“Dopo 10 anni è necessario modificare sensibilmente il contenuto del Codice” - afferma Francesco Vignarca della Segreteria della Rete Disarmo - “Ad oggi questo strumento normativo (che tuttavia non è legalmente vincolante per i paesi UE) non è in grado di gestire i trasferimenti di armi globali in una situazione che è molto più complessa di quella esistente al momento della stesura del Codice. Con il nostro lavoro e quello degli organismi europei nostri partner abbiamo mostrato le sue importanti crepe: ora è il momento di chiuderle. Magari cominciando a pensare di rendere il Codice un documento vincolante.”

La continua globalizzazione dell’industria della difesa coinvolge i complessi movimenti di equipaggiamento e componenti attorno al mondo. Spesso le aziende utilizzano proprie sussidiarie estere o concedono “in licenza” la produzione dei propri modelli a concessionarie poste fuori dai confini della Comunità Europea, e quindi fuori anche dai controlli previsti nell’Unione. Una tendenza che naturalmente favorisce il pericolo di una proliferazione incontrollata delle armi, mentre i membri della Comunità Europea si sono dimostrati meno capaci (o meno intenzionati) a confrontarsi con queste difficili problematiche e situazioni.

“Il commercio di armamenti non riguarda più solo l’esportazione di prodotti finiti” - sottolinea Roy Isbister, capo dell’ufficio ‘Controllo del Commercio di Armi’ a Saferworld, ONG inglese che ha coordinato il lavoro di analisi - “Oggi le industrie belliche producono una pletora di componenti, parti di kit e sotto-assemblaggi che vengono poi spediti verso varie destinazioni in tutto il mondo. Alcune di queste componenti possono anche essere innocue di per sé stesse ma, una volta fuori dal controllo dell’UE, potrebbero essere incorporate in sistemi d’arma pericolosi venduti poi anche a paesi verso i quali l’Europa non ha intenzione di fornire equipaggiamento militare”.

Negli ultimi dieci anni le inadeguatezze del Codice di Condotta hanno significato ripetute forniture di materiale bellico e di armamento “made in UE” verso paesi davvero problematici. Tra gli esempi più evidenti:

Motori copiati da quelli venduti da una ditta tedesca ad una controparte cinese sono ora inclusi in veicoli armati forniti alla Repubblica Democratica del Congo, alla Corea del Nord, al Sudan e al regime militare in Birmania. Sebbene l’azienda tedesca avesse esportato i motori con l’accordo di utilizzo solamente di natura civile, questo non ha impedito all’industria cinese di travasare la conoscenza ingegneristica nelle proprie produzioni di stampo militare
Produttori in Irlanda, Paesi Bassi e Gran Bretagna hanno fornito componenti avanzate agli Stati Uniti incorporate poi in caccia F-16 ed elicotteri d’attacco Apache venduti ad Israele
In Sud-Africa la britannica BAE Systems possiede il 75% di una compagnia che ha esportato veicoli armati in Guinea, Indonesia, Costa d’Avorio, Nepal, Ruanda, Serbia ed Uganda.
Nel 1998 un’azienda Olandese ha venduto 4 navi d’assalto al Sudan, sebbene esista dal 1994 un embargo dell’Unione Europea verso questo paese. I veicoli non hanno richiesto una licenza di esportazione perché considerati non-militari in quanto venduti senza armi, anche se lo stesso produttore ammette di poter fornire anche il piano di appoggio a cui si può fissare una mitragliatrice.
Non va dimenticato infine il caso degli elicotteri di produzione europea (con parti provenienti anche dall’Italia) la cui vendita all’India è stata recentemente bloccata visto il pericolo di ri-esportazione verso la Birmania. (A riguardo si veda il comunicato di Rete Disarmo ed un report sulla questione presente alla pagina www.disarmo.org/rete/a/22468.html

Il documento che esce oggi (a firma delle ONG che vedete elencate in fondo alla pagina) riflette sullo scarso successo del Codice negli ultimi dieci anni e ne analizza i punti deboli, sottolineando i punti in cui ha maggiormente fallito. Nel report si forniscono anche raccomandazioni su cosa si dovrebbe fare per migliorare l’efficacia di questo strumento:

Trasformare il Codice in una Posizione Comune legalmente vincolante per i paesi membri
Confrontarsi con le conseguente della globalizzazione e del cambiamento di natura del commercio di armi
Controllare i cittadini Europei coinvolti nel traffico e nell’intermediazione di armi anche se compiono le proprie attività fuori dal territorio della UE
Rafforzare i controlli sull’uso degli equipaggiamenti anche dopo la loro esportazione al di fuori dell’Unione
Migliorare i sistemi di prevenzione verso possibili usi non consentiti, o non previsti negli accordi di vendita, dei materiali esportati
Dare indicazioni più chiare agli Stati Membri a riguardo dei criteri di esportabilità o di diniego della stessa

Buona condotta? Dieci anni del Codice di Condotta dell’Unione Europea sull’esportazione di armi

Contemporaneamente alla pubblicazione del documento “Good conduct? Ten years of the EU Code of Conduct on Arms Exports” (Buona condotta? Dieci anni del Codice di Condotta dell’Unione Europea sull’esportazione di armi) che trovate qui in allegato diverse ONG europee hanno scelto di diffondere una dichiarazione comune con indicazioni politiche chiare proprio sui temi dell’esportazione di armamenti e sistemi d’arma.

Note: Gli organismi europei della società civile che hanno contribuito alla stesura del rapporto sono:

Campagne tegen Wapenhandel - Paesi Bassi
Caritas - Francia
ControllARMI: Rete Italiana per il Disarmo - Italia
Groupe de recherché et d’information sur la paix et la sécurite (GRIP) - Belgio
Saferworld - Regno Unito
Escuela de Cultura de Paz - Spagna
Swedish Peace and Arbitration Society (SPAS) - Svezia
Transparency International - Regno Unito

Allegati

  • ONG europee - Fonte: Rete Italiana per il Disarmo
    Report delle ONG europee
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    Rete Italiana per il Disarmo - Fonte: Rete Italiana per il Disarmo
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