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Armi, un business che non conosce crisi

La cartina del mondo attraversata da enormi fiumi rossi: sono i flussi commerciali degli armamenti. In un'animazione on line
Fonte: Alice.it - 06 febbraio 2008

Proiettili Finché c'è guerra c'è speranza. Era il titolo di una commedia un po' amara che narrava le fortune professionali di un rispettabile e cinico rappresentante di armi (ottimamente interpretato da Alberto Sordi). Pochi titoli "di fantasia" denunciano la realtà come questo. Una realtà economica - quella del commercio internazionale di armamenti - con cifre vertiginose se si pensa che solo l'Italia ha un volume di esportazioni in questo settore che supera i 2 miliardi di euro, considerando solo il traffico regolare.

Sebbene si tratti di un fenomeno immaginabile, fa un certo effetto vederlo rappresentato graficamente. E' quello che fa lo Stockholm International Peace Research Institute pubblicando on line la mappa animata del commercio di armi mondiale. Una cartina del mondo solcata da fiumi rossi che indicano le direttrici dell'import-export. E non solo quello corrente: la mappa riproduce, anno per anno, mezzo secolo di traffici. Si può vedere come sono cambiati nel corso dei decenni, in base all'andamento della domanda e dell'offerta, i volumi ma soprattutto le direttrici commerciali.

Sotto l'ombrello delle super-potenze

Si nota ad esempio un andamento "a ombrello" sempre più accentuato: i flussi partono dai paesi del nord del mondo e si distribuiscono su diverse aree del sud. Ma mentre inizialmente il grosso si muoveva dagli Stati Uniti (che rimangono tuttora i primi esportatori di armi), dopo la caduta del Muro anche gli arsenali del blocco sovietico si sono riversati sul mercato internazionale. Il principale produttore di armi dopo gli Usa è la Russia, in buona compagnia di Francia, Germania e Cina: tutti membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e uno - la Germania - che spera di diventarlo.

Un mercato che non conosce crisi, a giudicare dai trend: nel 2006 il tasso di crescita è stato del 3,5% di molto superiore all'aumento del Pil dei paesi occidentali. Solo gli Stati Uniti, nello stesso anno, hanno investito in armi 529 miliardi (quasi il Pil dell'Olanda) con un aumento della spesa del 5%. I maggiori importatori restano Cina e India, ma crescono i flussi verso i paesi mediorientali (principalmente Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi) e le altre aree di crisi asiatiche e africane.

L'Italia in armi

Anche il nostro paese fa la sua parte. Con un volume export complessivo di tutto rispetto, come visto sopra, il nostro paese vende armi principalmente agli Usa (tra cui gli elicotteri Agusta, apprezzati dall'esercito yankee), seguiti da Spagna, Francia e Regno Unito. Ma anche ad acquirenti meno "tranquillizzanti" come gli Emirati Arabi, la Nigeria, la Turchia e altri paesi aree di conflitto o responsabili, secondo i rapporti degli osservatori internazionali, di violazioni dei diritti umani. Motivi sufficienti per denunciare la violazione della legge 185/90 che disciplina il commercio di armi escludendo, appunto, questi paesi.

Un piccolo segnale di speranza tuttavia c'è. Viene dai successi della campagna Banche armate che denuncia il coinvolgimento nel finanziamento all'export di armi dei principali istituti di credito italiani. Una campagna di pressione che sta dando buoni risultati se un gruppo come Intesa-SanPaolo - fino al 2006 al primo posto nella graduatoria delle banche che investono nel commercio di armamenti, con 495 milioni di euro - ha annunciato la sospensione definitiva dalla "partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma, pur consentite dalla legge 185/90". Non è vero che il denaro non puzza. Se ne sono accorte anche le banche. (

Note: Articolo al link http://notizie.alice.it/economia/traffico_armi.html?pmk=hpppstr2_6
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