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Embargo? Nonostante l’accordo europeo a non fornire armi alla dittatura

L’Egitto fa fuoco con Beretta

Grandi affari
30mila pistole “made in Italy” hanno rifornito gli apparati di pubblica sicurezza
Stefano Pasta
Fonte: Il Fatto Quotidiano - 06 febbraio 2016

Chi ha fermato Giulio Regeni impugnava un’arma italiana?

Può essere, lo dice l’Istat. Nei dati dell’istituto di statistica sul commercio estero, si legge che da gennaio a ottobre 2015 l’Italia ha esportato all’Egitto fucili e carabine per 1.364.738 euro. Non si tratta di armi da guerra destinate all’esercito (con quelle si sale a 3.723.888 euro), perché altrimenti non comparirebbero nel fatturato del commercio estero. Commenta Giorgio Beretta dell’Osservatorio Opal di Brescia: “Si tratta di 1.266 fucili spediti tra maggio e giugno, per la gran parte dalle Benelli Armi di Urbino, che fa parte del gruppo Beretta. Escludendo che all’ombra delle piramidi sia scoppiata una passione per il tiro sportivo o per l’attività venatoria, è probabile che il carico sia stato venduto alla polizia e alle forze di sicurezza egiziane”. Cioè a quei corpi su cui si concentra più di un sospetto sull’assassinio dello studente friulano. Scriveva Regeni nell’ultimo articolo: “Al Sisi ha ottenuto il controllo del Parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari della storia del Paese, mentre l’Egitto è in coda a tutte le classifiche mondiali per il rispetto dela libertà di stampa”. Anche nel 2014 il made in Italy armato aveva fatto affari con il governo di Al Sisi. Tra agosto e settembre, 30mila pistole, soprattutto Beretta F92 prodotte dalla fabbrica di Gardone Val Trompia, erano partite dalla provincia di Brescia per rifornire gli apparati di pubblica sicurezza egiziana. È il mercato, bellezza!

Peccato che nell’agosto 2013 i ministri degli Esteri europei avessero stabilito di “sospendere le licenze di esportazione all’Egitto di ogni tipo di materiale che possa essere utilizzato per la repressione interna”. Successivamente la decisione era stata riconfermata dall’Ue, ma intanto il governo italiano aveva autorizzato l’esportazione in Egitto di più di 9 milioni di euro di armi e munizioni: “Oltre alle 30mila pistole del valore di 7 milioni e 800mila euro – spiega l’analista dell’Opal – ci sono un milione e mezzo di fucili d’assalto”. L’embargo parziale dell’Ue è ancora in corso, ma la nuova vendita del 2015 dimostra che per il governo vendere fucili ecarabine alla polizia egiziana non significa correre il rischio che siano usate per la repressione interna. Del resto, AlSisi ha “solo” preso il potere con un golpe militare e condannato a morte vari oppositori politici, tra cui il predecessore Morsi.

Il generale è un alleato italiano, su cui il governo ripone grande fiducia. Di “cooperazione industriale” in campo militare si era parlato nel vertice a Roma del 3 febbraio 2014 tra il ministro degli Esteri Nabil Fahmi e l’allora titolare della Difesa Mario Mauro, ma è stata poi Roberta Pinotti a firmare un accordo di collaborazione militare contro il terrorismo, il 20 dicembre 2014.

In ogni caso, l’industria armata italiana vanta una tradizione che non guarda in faccia a nessuno quando si tratta di fatturare. “Vendevamo fucili d’assalto – spiega Giorgio Beretta – anche ai tempi di Mubarak e poi di Morsi”.

 

Articolo Fatto Quotidiano Egitto

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