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UE-Cina: armi, diritti umani ed economia di guerra

Fonte: Unimondo (www.unimondo.org) - 10 maggio 2004

Nei giorni scorsi il primo ministro cinese Wen Jiabao, in visita in Europa, ha rinnovato la richiesta al presidente della Commissione europea Romano Prodi di adoperarsi affinché l'Unione Europea ponga fine all'embargo di armi verso la Repubblica popolare cinese. Una richiesta che la Cina avanza con forza da qualche tempo alla quale Prodi ha risposto ricordando che la questione è "attualmente in discussione tra gli stati dell'Unione". Il Consiglio dei Ministri degli esteri europei dello scorso 26 e 27 aprile ha infatti deciso di rinviare ad un esame più approfondito la spinosa questione.

Il breve testo del comunicato ufficiale lascia trasparire la posta in gioco. "La soluzione - si legge - dovrà tener conto dell'attuale situazione nella Repubblica popolare cinese, delle crescenti relazioni bilaterali" e "dell'intenzione dell'Unione Europea di sviluppare una partnership strategica con la Cina". Per meglio valutare la situazione dei diritti umani e le questioni relative all'applicazione del Codice di condotta europeo sull'esportazione di armi, il Consiglio dei ministri europei ha chiesto l'esame del Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) e del Comitato politico e di sicurezza (Cops). Un'ulteriore proroga, dunque, dopo quella del summit dei leader europei riuniti a Bruxelles lo scorso fine marzo.

Eppure l'embargo di armi alla Cina non dovrebbe costituire materia di discussione: lo scorso dicembre, infatti, un'ampia maggioranza del Parlamento europeo si è espressa contro la proposta di Francia e Germania che ne chiedevano l'abolizione. Introdotto nel 1989 dopo il massacro di piazza Tienanmen, l'embargo di armi è fortemente sostenuto anche dall'amministrazione americana che è preoccupata per la stabilità nello stretto di Taiwan. Ciò che impensierisce maggiormente Washington non sono solo i sistemi di arma "completi" (chiavi in mano), quanto piuttosto quei sistemi di alta tecnologia ad uso militare che permetterebbero alla Cina di sviluppare in proprio il suo arsenale. L'esempio ricorrente a Washington è l'agile e potente aereo da combattimento cinese Jian-10 messo a punto da Beijin sulla base di tecnologie americane acquisite sotto banco da Israele e dalla Russia. E proprio la Russia si sta accreditando come il maggior fornitore di armi della Cina: lo scorso anno Mosca ha venduto a Beijin 2,5 miliardi di dollari di sistemi bellici. Ma le tecnologie russe sono tuttora arretrate rispetto a quelle americane, mentre i Paesi europei hanno sviluppato componenti sofisticate, sistemi bellici di precisione di livello non inferiore a quelli statunitensi. Il trasferimento di questo tipo di tecnologie dall'Europa alla Cina è ciò che gli Usa temono maggiormente ed intendono bloccare. Non è un caso allora che Solana, impegnato nell'opera di mediazione tra i Paesi dell'Unione europea e tra l'Unione e la Cina, abbia voluto fin dall'inizio rassicurare l'alleato d'oltreoceano ribadendo che la possibile fine dell'embargo di armi alla Cina "non dovrà contribuire alla proliferazione di armi nella regione".

Come dicevo, lo scorso dicembre il Parlamento europeo ha bocciato a larga maggioranza la proposta di Francia e Germania di abolire l'embargo di armi alla Cina. Con una specifica risoluzione (373 voti a favore, 32 contrari e 29 astensioni) il Parlamento ha riaffermato inoltre che la situazione dei diritti umani nella Repubblica popolare "resta insoddisfacente, le violazioni delle libertà fondamentali continuano, così come continuano le torture, i maltrattamenti e le detenzioni arbitrarie". Una denuncia, tra l'altro, ribadita da un documento ufficiale presentato nella scorse settimane a Bruxelles da Amnesty International. Nel documento Amnesty ricorda che "la situazione dei diritti umani in Cina presenta ancora un quadro terrificante: centinaia di migliaia di persone continuano ad essere arrestate in tutto il paese in violazione dei fondamentali diritti umani; condanne a morte ed esecuzioni hanno luogo regolarmente al termine di processi irregolari; i maltrattamenti e le torture sono tuttora diffusi e sistematici; la libertà di espressione e di informazione resta fortemente limitata". Il documento di Amnesty sottolinea inoltre come "il Codice di condotta dell'UE sull'esportazione di armi non possa essere considerato, rispetto all'obiettivo di proteggere i diritti umani, un'alternativa credibile all'embargo sulle armi".

Ma l'insistenza di Francia e Germania sui partner europei per porre fine all'embargo di armi alla Cina è forte anche perchè, come notano vari analisti, i due Paesi condividono l'intenzione della Cina di costruire una coalizione in grado di contrastare l'unilateralismo di Washington. A remare per sollevare l'embargo vi sono inoltre le industrie armiere dei Paesi europei le quali chiedono da tempo vincoli meno restrittivi sull'export di ami per non perdere il passo con i competitori mondiali e, non riuscendo a fare breccia su un organo complesso come il Parlamento europeo, dirigono al loro azione lobbistica sui governi dei rispettivi Paesi.

Vi è però un'ulteriore considerazione che non sfugge ai governi europei: la ripresa economica americana è contrassegnata dal forte incremento del budget militare che è passato dai 366 miliardi di dollari del 2001 ai 421 in programma per il 2005 (un dato che non tiene conto delle missioni in Iraq e in Afghanistan per le quali il Pentagono ha destinato per quest'anno altri 70 miliardi di dollari). I governi europei sanno, cioè, che l'industria bellica è un settore strategico non solo militarmente, ma anche economicamente: può costituire, infatti, in Europa come negli Usa, il vòlano per il rilancio dell'economia interna. Ma l'industria bellica per essere all'avanguardia della competizione mondiale necessita di continui e ingenti investimenti in ricerca e sviluppo che si possono finanziare con i contributi statali (come avveniva fino a qualche anno fa e come proposto recentemente da Berlusconi che chiede di svincolare la R&S militare dai parametri di Maastricht) oppure con il ricavato della vendita dei prodotti bellici. Il che comporta l'apertura a nuovi mercati come, appunto, la Cina che grazie alla recente crescita economica ha destinato 65 miliardi di dollari al budget militare facendone il secondo Paese al mondo per spese militari dopo gli Usa.

Nonostante il voto contrario del Parlamento europeo, le reiterate denunce di violazioni dei diritti umani e l'opposizione di Washington, il segnale che giunge dai leader dei principali Paesi europei è chiaro: occorre non perdere la corsa con la competizione e non rinviare ulteriormente la fine dell'embargo di armi alla Cina. L'Italia ha deciso intanto di rompere gli indugi: dall'ultima Relazione governativa sull'esportazione di armi si apprende infatti che nel 2003 il governo Berlusconi ha autorizzato 127 milioni di euro di vendite di armi alla Cina che diventa così il terzo Paese destinatario dei nostri sistemi bellici dopo la Grecia (248 milioni di euro) e la Malaysia (166 milioni) e prima dell'Arabia Saudita (109 milioni). Tutti Paesi che, tranne la Grecia, sono ai primi posti nelle graduatorie delle violazioni dei diritti umani e delle restrizioni delle libertà civili.

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