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Forze armate e Strategia di Sicurezza Nazionale: quale difesa?

Maurizio Simoncelli
Fonte: DirettaNews.it - 08 marzo 2012

DIFESA E SICUREZZA NAZIONALE – La crisi economica in cui si dibatte da tempo l’Italia ha portato ad una serie di drastici tagli nel campo delle pensioni, della sanità, dell’istruzione pubblica, dello stato sociale, praticamente in tutti i settori. Anche le forze armate appaiono risentire di queste difficoltà finanziarie, come ha dimostrato la decisione governativa di ridurre da 131 a 90 il numero dei cacciabombardieri F-35 destinati all’Aeronautica e alla Marina. Durante un’audizione della Rete Italiana Disarmo presso la Commissione Difesa della Camera è stata richiesta una commissione d’inchiesta in merito, perché – secondo gli intervenuti – il costo di questi apparecchi, stando agli ultimi dati provenienti dall’amministrazione statunitense, sembra addirittura raddoppiare passando agli 80 milioni di euro ad esemplare a ben 160 milioni di euro.

Ma, al di là dei costi e prima di aprire un dibattito sulla loro necessità, Difesa militari italiani gli interrogativi che si pongono sono diversi. A cosa ci servono? Contro quali minacce? Contro quale nemico? Questi aerei, la portaerei, le fregate e gli altri programmi di armamento destinati alle nostre forze armate sono finalizzati per rispondere ad una complessa Strategia di Sicurezza Nazionale, in sigla SSN, che gli organi preposti (governo e parlamento) dovrebbero periodicamente definire in relazione all’evoluzione del quadro mondiale.

Per quanto strano possa sembrare, l’ultimo documento ufficiale politico aggiornato sulla SSN italiana ha praticamente dieci anni ed è il libro bianco della Difesa del 2002. E’ passata un po’ di acqua sotto i ponti, ma siamo fermi ancora a quello. Negli anni successivi sono apparsi altri documenti che hanno a che vedere con la SSN, ma non ne sono equivalenti, come il “Concetto Strategico” del Capo di Stato Maggiore della Difesa (2005), seguito dal cosiddetto “Rapporto 2020″ del Ministero degli Affari Esteri (2008), e così via. Recentemente il ministro-ammiraglio Di Paola ha annunciato una revisione dello strumento militare, ma, come lui stesso ha sottolineato, si tratta di altra cosa (tagli e ristrutturazioni, ove possibile).

Nel frattempo l’Italia partecipa attivamente all’Alleanza Atlantica e all’Unione Europea, nonché alle loro missioni internazionali con diverse migliaia di nostri uomini presenti in un ventina di paesi. La NATO ha elaborato una sua Strategia di Sicurezza, frutto del confronto tra tutti i suoi partner e l’Italia ha partecipato a tale elaborazione, basandosi, però, sulla propria, vecchia SSN.

Forse sarebbe opportuno che governi, parlamento e forze politiche, prima di autorizzare acquisti di materiali di armamento, discutessero adeguatamente in merito alla SSN, senza lasciare deleghe in bianco ai vertici delle forze armate e delle industrie (queste ultime, forse, con qualche piccolo conflitto d’interesse, come hanno dimostrato le recenti indagini della magistratura sulla Finmeccanica). In parole povere, prima di acquistare, occorre ragionare su quali sono le necessità che effettivamente abbiamo.

Bisogna innanzitutto notare che, nel quadro geopolitico contemporaneo, ci troviamo ormai davanti ad un’estensione planetaria del concetto tradizionale di difesa dei confini nazionali. Se nel periodo del bipolarismo si ragionava in termini di sicurezza statica (contro un’eventuale invasione sovietica terrestre nell’Europa continentale), oggi la globalizzazione ha mutato profondamente il quadro e la sicurezza è divenuta dinamica.

Alle nostre FF.AA. si chiede di rispondere a diverse esigenze. Esse devono provvedere alla difesa dell’integrità nazionale, alla sicurezza delle vie di comunicazione e dei connazionali all’estero, a salvaguardare gli spazi euroatlantici (nell’ambito del Patto fondante della NATO), nonché a partecipare alla risoluzione delle crisi internazionali (missioni di peacekeeping, ecc.) e, infine, a concorrere alla salvaguardia delle nostre istituzioni democratiche e a prestare il proprio intervento in altre situazioni di emergenza (terremoti, alluvioni, sicurezza interna ecc.). Come si vede, un ventaglio assai diversificato di esigenze, ma, tutto sommato, analogo a quello delle altre potenze europee.

Comunque, lo scopo primo delle forze armate è quello di difendere il paese in caso di guerra. Le guerre, però, oggi sono di tantissimi tipi e si possono intersecare tra di loro. Vi sono quelle propriamente militari (nucleari, biochimiche, spaziali, elettroniche, di guerriglia, terroristiche, ecc.). Inoltre, non vi sono solo quelle “tradizionali”, ma anche quelle cosiddette transmilitari (d’intelligence, psicologiche, di contrabbando, ecc,), a cui possiamo aggiungere quelle definite non-militari, cioè quelle finanziarie, commerciali, di sanzioni, mediatiche e così via. Basti pensare alle recenti manovre speculative in campo finanziario internazionale o agli attacchi informatici subiti da alcune istituzioni ad opera di Wikileaks o di Anonymous, per fare solo alcuni esempi.

Come si può capire, ci si trova di fronte ad un quadro assai complesso a cui non sempre la risposta tradizionale di tipo militare può essere adeguata, anzi a volte ci servono proprio altri strumenti ben diversi.

Per una SSN occorre inoltre analizzare le diverse, possibili minacce. Proviamo a farne una rapida panoramica. Dal punto di vista militare le forze armate dei paesi rivieraschi dell’area Mediterranea non appaiono costituire un pericolo, dato che diversi paesi sono da tempo nostri alleati in seno alla NATO (Spagna, Francia, Grecia, Turchia) o comunque amici, mentre le forze militari degli altri paesi non sono comunque per noi fonte di preoccupazione (Tunisia, Egitto, ecc.). Esiste la grande potenza russa, che, però, non si presenta più come una forza contrapposta all’Occidente o alla NATO, con cui ha addirittura rapporti di collaborazione. L’Europa occidentale è anzi un importante partner commerciale di Mosca, in particolare nel settore energetico. Certamente è una superpotenza e cerca di riprendere il suo ruolo a livello internazionale, entrato in crisi dopo la fine dell’URSS. Potremmo dire che da lì potremmo avere una minaccia potenziale, ma non probabile. Preoccupazioni emergono invece nei confronti del gigante asiatico, che ha incrementato nel corso degli anni le sue spese militari e sembra sempre più presentarsi sulla scena mondiale come una potenza leader non solo in ambito economico. L’altra minaccia è quella rappresentata dal terrorismo, di cui Al Qaeda è l’organizzazione più nota, ma al quale occorre rispondere ovviamente con mezzi diversi dalle portaerei e dai cacciabombardieri.

Esiste poi una serie di altri elementi che possono essere fonte di preoccupazione, come, ad esempio, l’instabilità nell’area nordafricana e mediorientale, la questione iraniana con le conseguenze sullo stretto di Hormuz (dove transita un cifra rilevante del petrolio mondiale), il fenomeno della pirateria sui mari.

Da questo punto di vista, l’Italia appare assai vulnerabile: basta pensare alla dipendenza energetica dalle importazioni estere (due milioni di barili di petrolio al giorno). Oppure alla sua posizione geografica che la espone per prima ai flussi migratori incontrollati da un Sud del mondo sempre più povero e in movimento. Rispetto a queste minacce e vulnerabilità occorre pertanto che il binomio governo-parlamento elabori un modello di difesa aggiornato, in linea con i tempi e con le esigenze di un mondo globalizzato, interconnesso. E non sempre il tradizionale strumento militare può rispondere alle necessità: se l’Africa muore di fame e di sete, non ci saranno flotte militari sufficienti a fermare esodi di milioni di persone.

E’ sempre più necessario ed urgente che l’Italia rifletta su quale SSN vuole avere e conseguentemente su che tipo di forze armate servano ad essa.

Note: Articolo al link http://www.direttanews.it/2012/03/08/forze-armate-e-strategia-di-sicurezza-nazionale-quale-difesa/
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