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Mine antiuomo: calano le vittime «Ma non basta»

Passate da 26mila a 5mila in dieci anni Giornata mondiale, l’Onu rilancia la sfida
Lucia Capuzzi
Fonte: Avvenire - 04 aprile 2010

Nevardo Antonio Sanchez ha 30 anni. Fino a 25, ha fatto l’agricoltore in un campo di caffè nella zona di Caldas, in Co­lombia. Poi, un giorno del 2005, la sua vita è cambiata: ha calpestato un cerchio di plastica nascosto nel ter­reno. Era una mina antiuomo. L’or­digno è esploso, rendendo Nevardo cieco. «Non ho potuto più lavorare. Ho perso tutto». Ora, vive in un cen­tro di accoglienza gestito da una Ong locale.
Sono centinaia di migliaia, in tutto il mondo, gli esseri umani feriti, mu­tilati, resi invalidi dalle mine. Im­possibile, però, avere dati certi: mol­ti incidenti non vengono denuncia­ti. Perché le “bombe invisibili” sono diffuse quasi esclusivamente nel Sud del mondo. Bastano pochi euro per produrle. Governi e gruppi armati, dunque, non hanno problemi a pro­curarsele. Le mine sono armi eco­nomiche e drammaticamente effi­caci: una volta seppellite, conserva­no la loro carica letale per anni, an­che mezzo secolo dopo il conflitto. È sufficiente un urto casuale per in­nescarle. Ecco perché il 70 per cen­to delle vittime sono civili. E un ter­zo sono bambini. L’anno scorso – se­condo il rapporto dell’Icbl, organiz­zazione che si batte contro questo tipo di ordigni –, le mine hanno uc­ciso quasi 5.200 individui, in 75 dif­ferenti Paesi. Il 34 per cento dei mor­ti si è, però, concentrato in Afghani­stan e Colombia. Tanti, troppi, eppure molto meno – un quarto – rispetto a dieci anni fa, quando le “bombe nascoste” am- mazzavano, in media, 26mila perso­ne all’anno. Una ogni venti minuti. Il calo è dovuto all’impegno dell’O­nu, di varie associazioni, tra cui l’Ic­bl e della Chiesa. Che ha portato, nel 1999, all’entrata in vigore del Tratta­to di Ottawa, per la messa al bando delle mine. Fino­ra l’hanno ratificato 156 na­zioni, tra cui l’Italia. Non ne fanno parte, però, grandi potenze come Stati Uniti, India, Pakistan e Cina. Mol­ti avevano sperato nell’a­desione americana al Sum­mit organizzato a Cartage­na, a dicembre, per fare il punto sul trattato. Il presi­dente Obama – che, da se­natore, aveva mostrato u­na certa sensibilità sul te­ma – si è tirato indietro al­l’ultimo. Limitandosi a pro­mettere un impegno Usa per rivedere la politica sul­le mine. «Gli Usa devono fare i con­ti con le lobby dei produttori di ar­mi. Temono che la messa al bando delle mine sia il primo passo per un disarmo ad ampio raggio», spiega Giuseppe Schiavello, della Campa­gna italiana contro le mine che, ieri, ha organizzato una serie di iniziati­ve in vista della giornata mondiale antimine, proclamata oggi dall’Onu. Di fatto, anche i Paesi non aderenti ne hanno bloccato produzione e u­so per la forte pressione internazio­nale. Solo Birmania e Russia le uti­lizzano in modo più o meno siste­matico. Il commercio legale è fermo. Quello illegale, però, continua. «C’è ancora tanta strada da fare, soprat­tutto per il reintegro sociale dei mu­tilati », aggiunge Schiavello. C’è, poi, il problema dell’effetto moltiplica­tore delle mine. La presenza di ordi­gni rende inutilizzabili vaste aree. «Pregiudicano l’uso delle strade in Afghanistan, Sudan, Cambogia e Re­pubblica democratica del Congo, e bloccano l’accesso a scuole e ospe­dali in Laos, Gaza e Nepal», ha sot­tolineato il Segretario dell’Onu Ban Ki-moon. L’imperativo è, dunque, procedere alla bonifica.
Un lavoro lento: viene fatta, perlo­più, manualmente. Al ritmo di 2,5 centimetri ogni paio d’ore. In undi­ci anni sono stati eliminate 44 ton­nellate di ordigni. Il sogno di un mondo libero dalle mine, però, è an­cora lontano.
Il 34 per cento dei morti è concentrato in Afghanistan e Colombia, un terzo sono bambini Usa, India e Cina rifiutano il Trattato di Ottawa

Note: Articolo su www.avvenire.it
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