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SOSTIENI IL CLERO, FINANZI LA GUERRA: LE CONTRADDIZIONI FINANZIARIE DELLA CEI

Fonte: Adista - 14 gennaio 2008

Probabilmente i procacciatori di fondi della Conferenza episcopale italiana ignorano che da otto anni alcune riviste cattoliche – "Missione Oggi" dei saveriani, "Nigrizia" dei comboniani e "Mosaico di Pace", promosso da Pax Christi – conducono una campagna di pressione (e di boicottaggio) contro le "banche armate", cioè gli istituti di credito che collaborano al commercio internazionale di armi. Ma non leggono con particolare attenzione nemmeno i messaggi papali della Giornata mondiale della pace, compreso l’ultimo di Benedetto XVI: "Si deve registrare con rammarico l'aumento del numero di Stati coinvolti nella corsa agli armamenti" anche per responsabilità dei "Paesi del mondo industrialmente sviluppato che traggono lauti guadagni dalla vendita di armi", scrive il papa, auspicando "la mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un'efficace smilitarizzazione". Altrimenti, forse, non avrebbero scelto, come partner finanziari della campagna per il sostentamento del clero attraverso le "offerte deducibili", proprio molte banche coinvolte nel mercato degli armamenti. Nell’elenco di 33 istituti di credito dove sono stati aperti i conti correnti dell’Istituto per il sostentamento del clero sui cui è possibile versare il proprio contributo, infatti, si trovano ben 13 banche che – in base ai dati della Relazione del governo sulle esportazioni di armi italiane nel mondo del 30 marzo 2007 – collaborano attivamente al commercio di armi made in Italy, svolgendo un importante ruolo di intermediazione fra aziende armiere e Paesi acquirenti dal quale incassano compensi che possono variare dal 3 fino al 10 per cento della commessa (v. Adista n. 29/07). Come gli istituti del gruppo Intesa–San Paolo (Banca Intesa, San Paolo Imi e Cassa di Risparmio di Bologna) che nel corso del 2006 hanno movimentato oltre 495 milioni di euro, cioè un terzo dell’intero volume di affari dell’export di armi italiane autorizzato dal governo, pari a 1.492 milioni (va detto che il gruppo Intesa–San Paolo, nell’estate 2007, ha annunciato di sospendere la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio di armi; la campagna ‘banche armate’, pur valutando positivamente la dichiarazione, attende di verificare l’effettivo mantenimento dell’impegno, che potrà essere valutato solo con la prossima Relazione del governo; v. Adista n. 55/07). Come Unicredit, al terzo posto della classifica delle "banche armate" con oltre 86 milioni di euro. O come il Banco di Brescia con 83 milioni di euro (che però ora fa parte, del gruppo Unione Banche Italiane il quale, ad ottobre, ha annunciato norme più restrittive in merito alla partecipazione al commercio di armi, v. Adista n. 73/07); la Banca Nazionale del Lavoro (80 milioni), la tedesca Deutsche Bank (78 milioni) e, con 38 milioni di euro, il gruppo Capitalia (Banco di Sicilia e Banca di Roma, che nel 2005 sponsorizzò anche la Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia, con Benedetto XVI; v. Adista nn. 47 e 51/05). E poi una serie di banche ‘minori’ (Banca Popolare di Milano, Cassa di Risparmio di Firenze, Banca popolare dell’Emilia Romagna e Banco di Sardegna) che sono tuttavia coinvolte, sebbene con importi più bassi, nell’appoggio al commercio delle armi.

A domanda di Adista, nessuno della Cei – né dal Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica né dall’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali – intende dare spiegazioni. Risponde invece don Fabio Corazzina, coordinatore nazionale di Pax Christi, una delle associazioni impegnate nella Campagna di pressione alle "banche armate": "Certo non è facile nel mondo ecclesiale infrangere il tabù del denaro!", dice ad Adista. "‘Il denaro è lo sterco del diavolo’: quante volte l’abbiamo sentito! Come a dire che non bisogna avere a che fare con i soldi. A volte, si sente anche dire: ‘Pecunia non olet’, cioè il denaro non ha odore: non importa da dove arrivi; l’importante è averne e usarlo, anche a fin di bene. Sono due atteggiamenti che, in modo diverso, portano a non collegare l’uso del denaro con alcuni criteri morali. Perché non togliere quel velo di pudore e omertà che spesso accompagna i criteri dell’uso del denaro anche all’interno della Chiesa? Sembra a volte che nella Chiesa valga il criterio del fine che giustifica i mezzi. Si proclama in tutti i modi la necessità del disarmo nei documenti e interventi ufficiali e poi si finge il nulla e ci si appoggia alle maggiori banche armate italiane ed estere. Ma è evangelico per la Chiesa fare profitti investendo nel commercio di armi?". Nell’appello della campagna di pressione alle ‘banche armate’, aggiunge Corazzina, un passaggio è dedicato proprio al mondo ecclesiale: "Spesso, le banche si rivolgono alle parrocchie o agli organismi della Chiesa, offrendo condizioni particolarmente favorevoli. Crediamo sia moralmente doveroso chiederci come e dove investono questi istituti bancari. Non possiamo accettare il criterio che, avendo dei soldi, li dobbiamo far fruttare al meglio, senza interrogarci sul modo".

Adista

Note: Articolo al link http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=39191
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