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VENTICINQUE ANNI FA. Il 16 gennaio 1991scoppiava la guerra nel Golfo. Un mese dopo la protesta

«Quel blitz nonviolento contro i treni della morte»

Valpiana con 16 attivisti cercò di fermare il convoglio a Balconi «Tutti denunciati. E nel 2005 assolti: azione per salvare vite umane»
Lorenza Costantino

Venticinque anni fa scoppiava la prima guerra del Golfo. Il 16 gennaio 1991 era scaduto l’ultimatum delle Nazioni Unite contro l’Iraq di Saddam Hussein, colpevole di aver invaso il piccolo Stato del Kuwait, ricchissimo di petrolio. Il giorno successivo, la coalizione di 34 Paesi (fra cui l’Italia) guidata dagli Stati Uniti iniziò l’operazione «Desert Storm», la più grande azione militare alleata dopo il 1945. Ma la Storia la fanno anche i piccoli. Come quel gruppo di veronesi che, in nome della nonviolenza, si sdraiò sui binari ferroviari alla stazione di Balconi di Pescantina per bloccare uno dei tanti «treni della morte»: lunghissimi convogli carichi di carri armati che venivano fatti scendere dalla Germania e inviati a Livorno, per imbarcare i cingolati sulle navi dirette in Medioriente.Fra i 17 attivisti, quel 12 febbraio 1991, c’era Massimo «Mao» Valpiana: oggi presidente del Movimento Nonviolento e direttore della storica rivista «Azione nonviolenta», fondata nel 1964 da Aldo Capitini, il «Gandhi d’Italia». E insieme a Valpiana, Vincenzo Benciolini, Massimo Corradi, Vincenzo Rocca, Maurizio Tosi, Fiorenzo Fasoli.

L’occupazione dei binari, che mandò in tilt la circolazione dei treni, costò ai protagonisti una denuncia per «blocco ferroviario» e una vicenda giudiziaria durata 14 anni. Ma alla fine, nel 2005, è arrivata una sentenza storica, «che andrebbe letta sui banchi di scuola», sottolinea Valpiana. Assoluzione piena per tutti i 17 imputati, «essendo stata l’azione posta in essere per salvare vite umane. Una manifestazione nonviolenta a carattere meramente simbolico rientra nei diritti costituzionalmente garantiti», ha spiegato il presidente della Corte d’Appello di Venezia, «e in particolare nella libera manifestazione del pensiero, con riferimento al ripudio della guerra come mezzo per risolvere le controversie».«È stato colto in pieno il senso della nostra azione nonviolenta», osserva oggi Valpiana. «Bloccare un treno che porta un carico di morte non è reato. È un atto coerente con la legge suprema della vita». E rievoca quel giorno di 25 anni fa: «Eravamo in contatto telefonico con altri gruppi intenzionati a fermare il treno. Ci provarono inutilmente a Trento e a Rovereto, ma le stazioni erano troppo presidiate. La nostra, però, fu una strategia da manuale». Mao Valpiana treni

«Avevamo sparso la voce che avremmo tentato di intercettare il convoglio alla stazione di Verona. La polizia, quindi, andò là in forze. Noi invece andammo a Balconi, completamente sguarnita. Ci dividemmo in quattro-cinque squadre e occupammo i binari. Il treno fu costretto a fermarsi fuori dalla piccola stazione».Il racconto continua: «Le forze dell’ordine ci misero un po’ a raggiungerci. Spinsero via la prima squadra, me compreso, ma saltò fuori la seconda. Tolsero la seconda, e spuntò la terza... Avanti così per un’ora. Alla fine i poliziotti erano piuttosto spazientiti. Ci sequestrarono macchine fotografiche e striscioni e ci portarono tutti in questura».Nel 1993 ci fu il processo di primo grado, a Verona, che terminò con l’assoluzione perché «il fatto non sussiste». Ma il pm, che aveva chiesto una condanna a dieci mesi di reclusione, presentò ricorso chiedendo «che la Corte d’Appello di Venezia voglia condannare tutti gli imputati alla pena di legge».Ci si poteva aggrappare alla prescrizione e alla depenalizzazione, ma «a noi interessava la piena assoluzione, quindi il riconoscimento da parte della magistratura della legittimità del nostro agire», spiega Valpiana. Così è stato. «Questo anniversario», conclude, «non è solo di memoria, ma anche d’attualità. La guerra in Iraq è stata la “madre” di quelle attuali. Guerre che ancora passano sotto il naso dei cittadini, come i “treni della morte”, che noi non pretendevamo certo di bloccare, ma di rendere visibili all’opinione pubblica». 

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