ControllArmi

ControllArmi

RSS logo

Approfondimenti

Alcune riflessioni su EXA e dintorni

A Exa 2013, “Mostra internazionale di armi sportive, security e outdoor”, che si è svolta presso la Fiera di Brescia nel mese di aprile, è stata presente con un proprio stand anche una scuola, precisamente l’Istituto di Istruzione Superiore “C. Beretta” di Gardone V.T.. Tale presenza offre lo spunto per alcune riflessioni riferite in specifico all’opportunità che una scuola partecipi ad una mostra di armi e più in generale al fatto che in tale fiera siano esposte non solo armi sportive e da caccia, ma anche armi leggere, ossia materiale bellico
Anselmo Palini
Fonte: Città e Dintorni - 17 settembre 2013

Armi, non pentole

Diverse aziende hanno esposto ad Exa 2013 armi leggere. Per stare alla “Beretta Holding spa” - una multinazionale che nel bilancio 2012 ha dichiarato di avere 2600 dipendenti per un fatturato netto di 566 milioni di euro - il comparto ordine pubblico e difesa incideva sul giro d’affari totale del bilancio 2012 per il 16%.

Produrre armi non è come produrre pentole: le armi sono costruite perché sparino, cioè per essere usate contro qualcuno. Le pentole normalmente non sono fatte per essere rotte in testa a qualcuno. Il problema che qui si vuole porre non riguarda il settore delle armi sportive, da caccia, da tiro o quello delle repliche di armi antiche, ma esclusivamente il settore delle armi leggere: pistole, fucili mitragliatori, mitragliatrici, cioè il settore della produzione bellica. Perché ad Exa anche tali armi continuano ad essere esposte? Non è forse giunto il momento di rendere Exa una mostra basata esclusivamente sul settore sportivo, da caccia e sulle repliche di armi antiche?

Scriveva Mazzolari nel 1955:

“Le armi si fabbricano per spararle (a un certo momento, diceva Napoleone, i fucili sparano da sé). L’arte della guerra si insegna per uccidere. Se vuoi la pace, prepara la pace: se vuoi la guerra, prepara la guerra. È dunque tutto fatalmente logico” (da “Tu non uccidere”, prima edizione 1955, p. 99).

Certo, qualcuno la pensa diversamente, come il ministro della difesa Mario Mauro il quale, nel mese di luglio 2013, in occasione del dibattito sugli F35 ha detto testualmente: “Per amare la pace bisogna armare la pace”. Sarebbe interessante capire come Mario Mauro, che si è sempre fatto paladino della dottrina sociale della Chiesa,  riesca a coniugare con tale dottrina la sua posizione di Ministro della Difesa e il suo sostegno all’acquisto di F35.

La violenza delle armi leggere Sulla stessa linea, a livello locale, anche l’ex vice sindaco di Brescia, Fabio Rolfi, della Lega Nord, il quale, proprio in occasione dell’inaugurazione di Exa 2013, a cui ha partecipato anche l’Istituto Beretta di Gardone V.T., nel lamentare l’assenza dell’allora candidato sindaco Emilio Del Bono alla cerimonia, ha detto:

“Non sono lontani i tempi della giunta Corsini durante la quale il Consiglio Comunale era impegnato in noiose e lunghe discussioni, volute dalla sinistra radicale e da buona parte dei DS oggi PD, su come limitare l’accesso a Exa per famiglie e bambini”. Continuava poi Rolfi: “Come potrà, nella disgraziata eventualità in cui Del Bono vincesse le elezioni, Exa continuare a svolgersi nella nostra città?” (In merito a queste affermazioni di Rolfi si vedano i quotidiani locali del 13-14 aprile 2013) .

Fortunatamente quella “disgraziata eventualità” si è realizzata: Emilio Del Bono è diventato sindaco e Fabio Rolfi ha tolto il disturbo dalla Giunta comunale di Brescia. E forse ora il Consiglio Comunale di Brescia potrà ritornare a riflettere sui limiti da porre a famiglie e minori per la visita a una fiera come Exa. E potrà chiedere agli Enti che organizzano Exa di escludere le armi leggere, qualificando l’esposizione come mostra di armi sportive, da caccia e di repliche di armi antiche.

 

Armi leggere italiane, e  bresciane, usate in contesti di guerra e nelle attività di repressione

Fino agli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso le armi leggere italiane sono state usate in tutti i contesti di guerra e nelle attività di repressione attuate dai regimi dittatoriali, come in Brasile, in Argentina, in Cile, in Perù e in Sudafrica ai tempi dell’apartheid.

Il 17 marzo 1983, nel corso del dibattito parlamentare sulla produzione e la vendita di armi leggere italiane, nel suo intervento il sen. Raniero La Valle, riferendosi all’assassinio di Marianella Garcìa Villas, presidente della Commissione per i diritti umani in Salvador e collaboratrice di mons. Romero, avvenuto pochi giorni prima, nel chiedere un ripensamento della politica italiana in materia di armamenti, domandava:

«Contro chi sono rivolte le armi che vengono fornite ai regimi dittatoriali dell’America centrale se non contro gli indigeni, i contadini, gli intellettuali? Quelle armi sono state usate in Salvador domenica scorsa per uccidere Marianella Garcìa Villas. La voglio ricordare tanto più perché non era una guerrigliera, non era una “radicale palestinese”, non era una “sorella mussulmana”, non era una “negra sudafricana”, non era nessuno di quelli che alla nostra cultura esclusivista sembrano persone tanto singolari e lontane, sembrano strani personaggi che, chissà perché, pretendono qualcosa che noi non possiamo dargli, quasi fossero degli ET che turbano i nostri sogni atlantici e infantili. Marianella non era una straniera, era una di noi. Aveva padre spagnolo, aveva studiato in un collegio di suore in Spagna, era avvocato, aveva lavorato, codici alla mano, per strappare la gente alle prigioni, aveva militato nella Democrazia Cristiana, aveva collaborato con il vescovo Oscar Romero, aveva esercitato con i poveri, i feriti, gli scomparsi, i torturati ed i morti – le sette opere di misericordia corporale – ed infine aveva fondato un’istituzione i cui fini sono al culmine e al centro di tutti i nostri discorsi sulla civiltà e la democrazia ed anche sulla difesa del nostro sistema. Aveva fondato e presiedeva la Commissione per i diritti umani. Ebbene, l’hanno ammazzata selvaggiamente con le nostre armi, con le armi che servono alla difesa della civiltà occidentale e con il viatico del nostro maggiore alleato. E non solo uccisa, torturata, e con le braccia e le gambe  spezzate» (Dal resoconto stenografico della seduta pomeridiana del 17 marzo 1983 al Senato della Repubblica) .

 

Il sindacato e la riconversione dell’industria bellica

L’uso di armi italiane da parte di feroci dittature militari o comunque in contesti di guerra pose problemi di natura etica anche a livello sindacale ed infatti tra gli anni Ottanta e Novanta si organizzarono tre convegni sindacali sulla riconversione dell’industria bellica. L’ultimo è datato novembre 1989 e venne organizzato dalla Fiom CGIL di Brescia sul tema Pace, disarmo e riconversione dell’industria bellica. Esso faceva seguito all’approvazione di un documento unitario, datato 10 maggio 1989, a firma di Fim-Fiom-Uilm nazionali dal titolo Industria bellica. Fim, Fiom e Uilm per la riconversione.

Traffico armi italiane L’attenzione a queste tematiche raggiunse anche le aule parlamentari e nell’aprile 1989 il ministro delle Partecipazioni Statali, Carlo Fracanzani, istituì una Commissione ministeriale di studio e l’anno successivo una Commissione per la riconversione.

A conferma di questa sensibilità, si ricorda anche, nel 1994, l’istituzione dell’Agenzia per la riconversione dell’industria bellica ad opera della Regione Lombardia. Questa Agenzia ha lavorato per alcuni anni ed ha finanziato progetti di riconversione, salvo poi essere chiusa nel 2003 da Roberto Formigoni.

Allo stesso modo una grande mobilitazione ha portato a far sì che l’Italia aderisse (Legge di ratifica ed esecuzione 26 marzo 1999, n. 106) al trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine antiuomo, che venivano prodotte anche nel bresciano a Ghedi e a Castenedolo dalla Misar e dalla Valsella. Ora, proprio per la sottoscrizione di quel trattato, in Italia non è più possibile produrre tali mine e le due aziende di cui sopra hanno riconvertito la propria produzione. Come dire che talvolta i sogni si realizzano! Giova comunque ricordare che le mine bresciane, disseminate in decine di Paesi del mondo, continuano a fare vittime e a mutilare bambini ed adulti che, inavvertitamente, le calpestano. Queste mine, infatti, se non disinnescate, rimangono attive per decenni. Ora sono in atto in vari Paesi (es. Mozambico, Angola…) programmi di sminamento (costosissimi), ma ancora per molti anni le mine rimarranno e continueranno a causare morti e feriti.

 

Un territorio sensibile e attento ai temi della pace

La Consulta per la pace del comune di Brescia, la Commissione Giustizia e Pace e il Centro Missionario della diocesi di Brescia, l’Università cattolica, i Missionari comboniani, la CGIL, Pax Christi, l’associazione Brescia solidale hanno costituito da alcuni anni Opal, “Osservatorio permanente sulle armi leggere”, proprio con l’obiettivo, dati alla mano, di monitorare continuamente il commercio delle armi leggere, denunciare le contraddizioni politiche e morali connesse con tale commercio e porre il tema della riconversione delle aziende belliche.

Il Comune di  Brescia, negli anni in cui era retto dal prof. Paolo Corsini, in accordo con la Diocesi di Brescia (Ufficio di pastorale sociale) e con altre numerose realtà associative, ha cercato di modificare il regolamento di Exa affinchè si prevedesse la presenza alla mostra solamente di armi sportive e da caccia, escludendo le armi leggere. Il coordinamento dei gruppi interessati a questa proposta venne affidato ad una donna di scuola, una preside, che era anche consigliere comunale a Brescia, Rosangela Comini. La modifica del regolamento non è riuscita, a testimonianza della forza della lobby delle armi nella provincia di Brescia.

Un importante comune del bresciano (Concesio) ci richiama ogni anno al valore del messaggio di Paolo VI, al suo invito rivolto dalla tribuna dell’Onu (4 ottobre 1965) a lasciar cadere le armi dalle proprie mani e a impegnarsi nell’educazione alla pace. Sempre nel paese natale di Paolo VI (Concesio) viene assegnato ogni anno un premio per la pace: è stato assegnato a don Panizza, un sacerdote bresciano impegnato in Calabria contro la n’drangheta; a mons. Mazzolari, morto in sud Sudan.

Ecco, una scuola deve decidere se partecipare a una fiera dove si pubblicizzano armi che anche la n’drangheta usa e che anche nel sud Sudan sono state usate, oppure se seguire il pensiero di Paolo VI, di don Panizza e di mons. Mazzolari. Non si possono fare entrambe le cose; non si possono tenere i piedi in due scarpe così diverse.

In molte scuole bresciane, e anche all’Istituto Beretta di Gardone V.T., in questi anni sono stati realizzati diversi progetti proposti da “Bresciamondo”, una realtà che raggruppa varie decine di associazioni, tutte fortemente attive sul versante dell’educazione alla pace e alla mondialità. Come si fa a conciliare le attività di educazione alla pace e alla mondialità con la partecipazione a Exa?

 

Una legge di civiltà

Grazie alla mobilitazione di associazioni, Chiese e gruppi politici, nel 1990 è stata approvata la Legge 185, una legge di civiltà, che ha posto precisi limiti alla vendita delle armi vietando esportazioni non conformi alla politica estera e di difesa italiana e vietando la vendita a Paesi che violino i principi della Costituzione italiana e che non rispettino i diritti umani.

Tuttavia questa legge è stata diverse volte aggirata, vendendo ad esempio armi non considerate militari ma poi usate nella repressione delle rivolte, come più volte documentato da Opal nei suoi Rapporti.

Negli anni della guerra nella ex Jugoslavia ingenti forniture di armi Beretta sono andate all’Albania, che sosteneva direttamente vari gruppi come l’Ukk.

Nel febbraio 2005 i servizi segreti statunitensi comunicavano ai colleghi italiani di aver trovato un certo numero di armi Beretta in Iraq in mano a gruppi vicini a AlQaida.

Le commesse militari italiane destinate alla Libia sono passate dai 15 milioni di euro del 2006 ai 112 milioni del 2009 e ciò ha portato il nostro Paese ad essere il primo fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi.

Nel novembre 2009, due mesi dopo la coreografica visita di Gheddafi in Italia, la Beretta ha venduto 11.500 tra pistole, carabine semiautomatiche e fucili a presa di gas alla Libia, armi classificate come “civili” ma in realtà usate dalla polizia di Gheddafi per la repressione delle rivolte.

Armi Beretta sono in dotazione a forze armate e dell’ordine di un centinaio di Paesi, e in diversi di questi sono usate anche per l’attività di repressione del dissenso.

Allo stesso modo armi leggere di altre aziende italiane sono ancora oggi usate nei vari conflitti sparsi per il mondo o dalle polizie e forze armate di vari Paesi per reprimere le proteste popolari.

Nel mese di luglio 2013 Opal, Osservatorio permanente sulle armi leggere, ha segnalato che nel 2011, 2012 e anche nei mesi iniziali del 2013 armi italiane, e bresciane, sono state esportate in Kazakistan, il Paese diventato famoso per la vicenda dell’espulsione dall’Italia della moglie del dissidente Ablyazov e della figlia di sei anni. Il Kazakistan è stato più volte denunciato da Amnesty International per la violazione diffusa e sistematica dei diritti umani; il suo presidente Nazarbaev sta usando tutti i mezzi possibili per stroncare l’opposizione. Nella repressione delle manifestazioni del dicembre 2011, operate dalle forze dell’ordine, vi furono ad esempio almeno 15 vittime e oltre 100 feriti gravi. Hanno dichiarato i responsabili di Opal: “Siamo sorpresi nel vedere che, nonostante le ripetute denunce di violazione delle libertà democratiche e civili da parte delle forze dell’ordine kazake, continuano le esportazioni di armi verso quel paese dall’Italia e soprattutto da Brescia, la provincia in cui si concentra la maggiore produzione di armi italiane” (Bresciaoggi, 20 luglio 2013) .

 

La National Rifle Association,  una potente lobby delle armi

Negli Usa il possesso delle armi è diffusissimo; chiunque abbia compiuto 21 anni può acquistare un’arma da fuoco e ciò è possibile grazie ad un’interpretazione estensiva del II emendamento che garantisce il diritto di possedere armi a chiunque. Originariamente, il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, era stato formulato per le milizie cittadine che, durante gli anni delle grandi colonizzazioni europee, vedevano nelle armi da fuoco l’unico strumento che gli americani avevano per difendere territori, case e famiglie.

Un ruolo di primo piano nella diffusione delle armi negli Usa viene giocato dalle lobby delle armi che spesso finanziano le campagne politiche. La National Rifle Association, NRA, è una delle più potenti organizzazioni degli Stati Uniti. È una influente lobby che finanzia campagne politiche e si batte per la difesa del diritto costituzionale al possesso ed al porto delle armi da fuoco. Negli Stati Uniti il possesso e il porto di un’arma costituisce un diritto civile protetto dalla Carta dei Diritti statunitense (in particolare dal secondo emendamento). Molte leggi sul controllo delle armi sono state bloccate da questa lobby.

La Beretta è presente in modo significativo negli Stati Uniti e fa parte della National Rifle Association. 

Recentemente, anche a seguito di tragici fatti di sangue avvenuti nelle scuole statunitensi, pure il presidente Obama ha sostenuto la necessità di una legislazione più restrittiva in materia di vendita di armi negli Usa, ma per il momento la lobby delle armi ha avuto la meglio e nessuna norma restrittiva è ancora stata approvata. (Sul ruolo di questa lobby si veda l’articolo di Paul Arpaia, apparso sulla rivista mensile “Mosaico di pace” di luglio 2013, dal titolo La lobby delle armi. Paul Arpaia è docente presso l’Indiana University di Pennsylvania) . 

 

 “Italiani? Complimenti, le vostre armi sono le migliori!”.

Suor Annarita Brustia, della Consolata, durante una recente veglia missionaria a Novara, ha raccontato che alcuni anni fa ritornando in Liberia, ad un posto di blocco, le hanno chiesto il passaporto e, vedendo che era italiana, i militari le hanno detto: “Ah, italiani! Complimenti! Guardate qui le vostre armi, sono le migliori!”.

E mons. Luis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk in Iraq, eletto lo scorso 1° febbraio patriarca della Chiesa Caldea, ha scritto:

“Gente del Primo Mondo, gente istruita e saggia, gente nobile che costruisce aerei e altri strumenti di morte: questa è una cosa vergognosa, una cosa inammissibile. Basta armi e distruzioni! C’è gente che muore ogni giorno. La vita è bella! Il mondo è bello, bisogna rispettarlo e renderlo ancora più bello. A causa delle armi fabbricate da voi e con i vostri soldi, in Iraq ogni giorno ci sono 100 morti, molti feriti e migliaia di profughi…Lo stesso accade in Somalia, Palestina, Siria e in altri Paesi” (Dichiarazione riportata nel dossier Armi made in Europe pubblicato sul mensile “Popoli e Missione” di marzo 2013).

 

Conclusione

La partecipazione di una scuola ad una fiera come Exa trasmette l’idea che si tratti di una fiera come tante. Ma in realtà non è così. Esporre delle armi non è come esporre degli elettrodomestici.

Ha scritto Giovanni Paolo II nel messaggio per la Giornata della pace del 1999:

“Le armi non possono essere considerate come gli altri beni che vengono scambiati sul mercato globale, regionale o nazionale. Il loro possesso, produzione e scambio ha profonde implicazioni etiche e sociali e deve essere regolamentato prestando la dovuta attenzione agli specifici princìpi di ordine morale e legale”.

Le armi leggere sono le principali protagoniste nelle guerre dimenticate e nei conflitti “a bassa intensità” per una serie di motivazioni: la relativa facilità di trasporto, l’ampia disponibilità, il facile impiego e la lunga durata, il basso costo, la manutenzione elementare.

Ogni anno l’abuso di armi leggere determina un aumento dei morti, dei feriti e dei traumi psicologici sia nel contesto dei conflitti nazionali e internazionali, sia degli abusi nell’applicazione della legge, nella repressione violenta dei diritti democratici e nella violazione del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Le armi leggere incrementano la violenza (esemplare il caso degli Stati Uniti), l’insicurezza, la paura, l’instabilità. La diffusione delle armi leggere per la difesa personale diffonde l’idea della giustizia “fai da te” e della visione dell’altro come potenziale nemico da cui difendersi con ogni mezzo.

Ha scritto Benedetto XVI ai partecipanti al seminario internazionale organizzato dal Pontificio consiglio per la giustizia e la pace sul tema Disarmo, sviluppo e pace. Prospettive per un disarmo integrale, 20 aprile 2008:

“È infine richiesto ogni sforzo contro la proliferazione delle armi leggere e di piccolo calibro, che alimentano le guerre locali e la violenza urbana”.

Bambino soldato Alberto Tridente (1932-2012), sindacalista torinese della Fim-Cisl, di cui divenne segretario nazionale, come lo fu successivamente della Flm nazionale (la Federazione unitaria dei metalmeccanici), all’interno della quale occupò l’Ufficio delle relazioni internazionali, è stato un protagonista del movimento sindacale italiano. Al cuore del suo impegno vi è stata la battaglia per la riconversione, parziale e progressiva, delle produzioni belliche in produzioni civili. Su tale tema si è scontrato con molte resistenze, anche interne al sindacato, ma Alberto Tridente non ha desistito, anzi ha provocato apertamente il sindacato e gli stessi lavoratori. In una assemblea tenuta nel 1974 alla Oto Melara, fabbrica bellica di La Spezia che aveva inviato cannoni  al Cile di Pinochet senza che nessuno del sindacato o della sinistra locali avesse avuto da eccepire, Tridente ha lanciato una provocazione che è diventata uno slogan da lui ripetuto in ogni occasione:

“Produrre armi nella settimana e poi manifestare il sabato per i popoli contro i quali quelle armi saranno usate, è semplicemente incoerente e vergognoso” .

Ecco, parafrasando Alberto Tridente, posso concludere dicendo che una scuola non può da un lato educare alla pace, alla tolleranza, al rispetto, ai diritti umani, e  nello stesso tempo partecipare ad una fiera che pubblicizza anche produzioni belliche che nulla hanno a che fare con la pace, la tolleranza, i diritti umani, il rispetto degli altri.

Allo stesso modo una città non può, attraverso le sue associazioni, proporre attività di educazione alla pace, al rispetto dei diritti umani, alla mondialità, all’intercultura e nello stesso tempo permettere che si pubblicizzino in una fiera armi da guerra.

.