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Siria: dal Golfo armi più sofisticate ai ribelli

Il Washington Post ha riferito che ai ribelli anti-Assad stanno arrivando molte più armi e di miglior qualità, finanziate dalle petromonarchie nell'ambito di un piano coordinato dagli Stati Uniti
Geraldina Colotti
Fonte: Nena News - 17 maggio 2012

«Nell’attacco di Khan Sheikhoun, a Idlib, siamo stati difesi dai miliziani dell’Esercito siriano libero». Così ha dichiarato alla tv al-Jazeera il tenente yemenita Ahmad Jayed, uno degli osservatori dell’Onu inviati in Siria per monitorare la tenuta della tregua. A Khan Shaykhun, l’altroieri, le forze di sicurezza governative hanno sparato contro due manifestazioni che si stavano svolgendo nel villaggio settentrionale, mentre i mediatori si trovavano in zona. Sei di loro viaggiavano su un convoglio colpito da un ordigno artigianale, ma nessuno è rimasto ferito. Nell’attacco sono morte invece 26 persone e ieri, prima di ripartire per la capitale, i funzionari Onu hanno voluto partecipare ai funerali di quattro delle vittime. Secondo fonti dei ribelli, gli osservatori hanno passato la notte «sotto la protezione» del Libero esercito siriano, «stanno bene» e sono ripartiti per Damasco a bordo di veicoli Onu venuti a recuperarli. La missione, autorizzata con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 2043 del 21 aprile scorso, dovrebbe verificare l’effettiva messa in atto del cessate il fuoco e l’applicazione del piano proposto da Kofi Annan e accettato dal regime siriano di Bashar al-Assad. Free Syrian Army

Un piano sempre più a rischio di fallimento: anche perché – come ha rivelato il Washington Post, citando fonti degli attivisti e di funzionari Usa -, nelle ultime settimane, ai ribelli siriani sono arrivate molte più armi e di miglior qualità, finanziate dai paesi del Golfo nell’ambito di un piano coordinato dagli Stati Uniti. Le armi vengono smistate soprattutto a Damasco, Idlib (sul confine turco) e Zabadani (sul confine libanese), in continuo aumento per via dei crescenti investimenti di paesi come Arabia Saudita, Qatar e altri stati del Golfo. Anche i Fratelli Musulmani siriani – come ha confermato Mulham al-Drobi, membro del comitato esecutivo della Fratellanza – hanno i propri canali di rifornimento di armi, e usano fondi messi a disposizione da ricchi siriani o dai paesi del Golfo. D’altronde, l’opposizione vanta apertamente il contatto diretto con il Dipartimento Usa, anche se per ora gli Stati uniti negano che vi siano loro esperti militari e di intelligence in Siria.

Ieri, il regime siriano ha mostrato due tunisini e un libico «membri di al Qaeda», in stato di arresto. Hanno confessato di «essersi infiltrati in Siria per compiere attacchi terroristici» in coordinamento con l’Esercito libero siriano. «Le elezioni del 7 maggio hanno dimostrato che la maggioranza della popolazione sostiene il governo, condivide la via delle riforme e non ha paura delle minacce terroristiche», ha dichiarato Assad in un’intervista diffusa ieri dalla tv Rossia 24. Assad ha anche accusato la Francia di «aver procurato la morte di centinaia di migliaia di libici» e si è augurato che il nuovo presidente François Hollande «pensi agli interessi della Francia, che non consistono nel seminare il caos in Medioriente e nell’insieme del mondo arabo». Nena News

Note:

Articolo originale al link http://nena-news.globalist.it/?p=19446

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