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Compagni d'armi

Ufficialmente, l'intesa del 2008 fra Libia e Italia è nata per favorire l'interscambio commerciale. In realtà, tra i due Paesi le relazioni sono sempre state solide, trovando nel commercio d'armi un punto di forza. E anche il nuovo accordo fa del settore militare un terreno privilegiato
Enrico Casale
Fonte: Popoli - 25 dicembre 2009

Autostrade, ponti, treni, ma anche armi. Il Trattato italo-libico di cooperazione e amicizia, firmato il 30 agosto 2008 da Silvio Berlusconi, presidente del consiglio italiano, e Muhammar Gheddafi, leader libico, ha aperto le porte del Paese nordafricano alla nostra industria militare. Un commercio che in questi primi mesi ha preso l'avvio, ma che nei prossimi anni potrebbe decollare con commesse sempre più ricche. «Uno degli obiettivi principali del Trattato - spiega Andrea Nativi, direttore della Rivista italiana difesa - è il contenimento dei flussi migratori che dall'Africa, attraverso la Libia, arrivano in Europa. Per il momento le nostre aziende del settore difesa hanno siglato ricchi contratti per la fornitura di mezzi necessari a questo scopo. In questo modo, la strada è stata aperta e i buoni rapporti instaurati in questi mesi serviranno per siglare nuovi e più sostanziosi contratti per la fornitura di armi e mezzi».
Il Trattato di cooperazione italo-libico rappresenta una grande opportunità per l'industria bellica italiana sia per firmare nuovi contratti sia per implementare vecchi accordi. All'art. 20 si prevede infatti «un forte e ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari», nonché lo sviluppo della «collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze armate», mediante lo scambio di missioni di esperti e l'espletamento di manovre congiunte. I due Paesi si sono impegnati anche a definire «iniziative, sia bilaterali, sia in ambito regionale, per prevenire il fenomeno dell'immigrazione clandestina nei Paesi di origine dei flussi migratori». Delegando di fatto il contenimento dell'immigrazione a Tripoli e ignorando le denunce delle organizzazioni per i diritti umani che più volte hanno sottolineato le violenze e gli abusi perpetrati dalle forze dell'ordine libiche sugli immigrati e le pessime condizioni di detenzione (cfr Popoli n. 10/2008). Gaeta, la cerimonia di consegna delle tre motovedette della Guardia di finanza alla Guardia costiera libica
La Libia è un buon mercato per le armi. Secondo il rapporto 2009 pubblicato dal Sipri (Sipri Yearbook 2009, www.sipri.org), nel 2007 (ultimi dati disponibili) ha acquistato armamenti per 423 milioni di euro, il 52% in più rispetto a dieci anni prima. Ora è il quarto acquirente di armi dell'Africa settentrionale (dietro ad Algeria, Marocco e Senegal). «Tripoli - osservano i ricercatori del Sipri - sta trattando con alcuni grandi fornitori per acquistare sistemi d'arma complessi e si prevede diventi nei prossimi anni uno dei principali acquirenti di armi del continente africano». Nel Rapporto del presidente del consiglio dei ministri sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento 2008 (la relazione che annualmente il governo italiano presenta al parlamento) la Libia, con 93,2 milioni di euro di fatturato, è il nono cliente dell'industria bellica italiana (nel 2007 il fatturato era di 56,7 milioni di euro).

FINMECCANICA IN POLE
«Dopo anni di sanzioni ed embargo - osserva Nativi - è un Paese che deve ricostruire interamente le forze armate e, in parte, le forze di polizia. Per questo motivo nei prossimi anni potrebbe essere uno dei mercati più "ghiotti" per i produttori di armamenti. Credo che siano avvantaggiate le società italiane, francesi e russe perché avevano già buoni rapporti prima delle sanzioni. Ma, siccome la logica dei blocchi contrapposti è venuta meno, anche vecchi nemici come Stati Uniti e Gran Bretagna stanno pensando di vendere a Tripoli».
Finmeccanica, la holding pubblica italiana che vanta tra le sue società alcuni dei principali produttori di armamenti al mondo, è stata una delle prime aziende a sfruttare quest'occasione. Il primo colpo l'ha messo a segno già nel 2006 firmando la vendita di dieci elicotteri A-109E Power per un ammontare di 80 milioni di euro. Gli A-109E Power sono elicotteri prodotti a partire dagli anni Novanta dall'AgustaWestland, società del Gruppo. Sono mezzi sofisticati e affidabili in grado di atterrare anche con un motore in avaria e di volare di notte e in ogni condizione meteorologica. Per le loro caratteristiche uniche sono stati acquistati dalla Guardia costiera degli Stati Uniti per equipaggiare il reparto Hitron (Helicopter Interdiction Tactical Squadron) nel ruolo di elicotteri da interdizione a corto raggio. E, infatti, ufficialmente la Libia li utilizza nel controllo di frontiere e coste. Di fatto, però, questi elicotteri possono essere armati e utilizzati anche in operazioni belliche.
Parallelamente a questo contratto, sempre nel 2006, Finmeccanica e AgustaWestland hanno siglato con Tripoli un accordo per la creazione di una joint-venture denominata Libyan Italian Advanced Tecnology Company, posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry, al 25% da Finmeccanica e al 25% da AgustaWestland. La società, che ha sede a Tripoli, ha come primo obiettivo quello di rimettere in efficienza le flotte libiche di elicotteri e aerei. «Tra questi - precisa Giorgio Beretta, ricercatore dell'Osservatorio sul commercio delle armi di Ires Toscana - ci sono i 20 Boeing Vertol CH-47C Chinook (elicotteri con due rotori di produzione americana), acquistati da Tripoli negli anni Settanta. Già nel 2007 il governo italiano ha dato l'autorizzazione a un contratto di 54 milioni di euro per la loro riparazione, manutenzione e ammodernamento».
Questa intesa non è stata l'unica. Il 18 gennaio 2008 Alenia Aeronautica, un'altra società del Gruppo, ha venduto al ministero dell'Interno libico un velivolo da pattugliamento marittimo ATR-42MP Surveyor. Il contratto, del valore di 31 milioni di euro, include anche l'addestramento dei piloti e degli operatori di sistema, supporto logistico e parti di ricambio.
Finmeccanica e Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti il 28 luglio 2009 con un nuovo accordo. Si tratta di un'intesa generale attraverso la quale la holding di piazza Montegrappa e il fondo sovrano si impegnano a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno gli investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. «Abbiamo firmato un accordo strategico di ampia portata che coinvolge tutti i nostri settori - ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, amministratore delegato di Finmeccanica nel corso della cerimonia della firma -: elicotteri, energia, elettronica, sicurezza e aerospazio. Non solo, l'accordo stabilisce il concetto che è possibile mettere in campo investimenti anche fuori dalla Libia, sia in Africa sia in Medio Oriente». Mercato che per Finmeccanica vale 15 miliardi di euro.
Il primo frutto è stato un nuovo accordo siglato da Selex sistemi integrati, società controllata da Finmeccanica, e dal governo libico. Il contratto, del valore di 300 milioni di euro, prevede la creazione di un sistema di «protezione e sicurezza» dei confini. Si tratta di una sorta di barriera elettronica di sensori che trasmettono dati a centri di comando che li elaborano e li mettono a disposizione del personale delle forze dell'ordine o delle forze armate. Questo sistema ha come obiettivo il contenimento dei flussi degli immigrati, ma anche il controllo tout court dei confini meridionali. «La frontiera meridionale con Ciad, Sudan e Niger - sottolinea Nativi - è un colabrodo. Questo sistema permetterà a Tripoli di monitorare meglio i suoi confini. Un progetto simile, ma più ambizioso, è in fase di realizzazione in Algeria. Anche se i due sistemi non verranno collegati».

Un A109E Power in volo di addestramento a Vergiate (Va). WWW.AGUSTAWESTLAND.COM

Un A109E Power in volo di addestramento a Vergiate (Va). WWW.AGUSTAWESTLAND.COM
SPAZIO ANCHE PER FIAT?
Tra Italia e Libia lo scambio di armi e di sistemi d'arma non è però limitato alla sola Finmeccanica. Nella relazione presentata dal governo italiano al parlamento figura anche la Itas srl, una società di La Spezia che cura il controllo tecnico, l'ispezione e la manutenzione dei missili Otomat. Questo sistema d'arma, nato dalla collaborazione tra Oto Melara e Matra (Francia), è stato sviluppato negli anni Settanta e messo in servizio nel 1976. La Libia ne ha acquistati molti (anche se il numero non è mai stato comunicato ufficialmente) per armare alcune sue navi da guerra. Anche se tecnologicamente superata, si tratta pur sempre di un'arma potente. «Sempre nel settore della manutenzione - aggiunge Beretta - nel 2007 il governo libico ha richiesto alla Oto Melara parti di ricambio del valore di oltre 2,6 milioni di euro per l'obice "Palmaria", un cannone con una gittata tra i 24 e i 30 km che la Libia ha ordinato a partire dal 1982. Il governo italiano ha anche autorizzato un contratto siglato dall'AleniaAermacchi del valore di oltre 3 milioni di euro per ricambi e assistenza tecnica per il Siai Marchetti SF260W. Questi velivoli, che in Europa vengono utilizzati come addestratori, ma che in Africa e America latina sono impiegati come bombardieri, sono stati venduti all'Aeronautica libica negli anni Settanta. Ne erano stati acquistati 240, oggi non si sa quanti siano in servizio. Nel 2006 un certo numero di questi velivoli sono stati ceduti alle forze armate ciadiane che li hanno utilizzati per bombardare i ribelli sulle frontiere con il Sudan».
Anche Iveco (società del Gruppo Fiat che si occupa della costruzione di veicoli pesanti) potrebbe sfruttare le aperture del Trattato italo-libico. «Iveco - spiega un portavoce della società - è in Libia dal 1976, anno della nascita della società torinese. Va detto però che non è presente in Libia con una propria sede commerciale. Opera attraverso una joint-venture, basata su un contratto di collaborazione industriale di assemblaggio dei veicoli e relativa commercializzazione e assistenza. Oltre alle linee di assemblaggio, nel territorio si estende anche una rete assistenziale di officine autorizzate. La joint-venture ha sede a Tripoli e commercializza prevalentemente veicoli commerciali medi e pesanti, oltre agli autobus».
Questo rapporto potrebbe però avere risvolti anche nel settore militare. Da tempo la Libia ha manifestato interesse all'acquisto dei Lince, i veicoli utilizzati dall'Esercito italiano nella missione in Afghanistan. Per il momento non è ancora stato formalizzato nulla, ma le trattative tra Torino e Tripoli proseguono.
Sempre nell'ottica del rafforzamento dei controlli dei flussi di immigrati, il governo italiano ha ceduto tre motovedette della Guardia di finanza alla Guardia costiera libica. Si tratta di tre guardacoste della classe Bigliani, mezzi destinati al contrasto e alla repressione dei traffici illeciti nelle acque territoriali e internazionali. Sono armate di una mitragliera Breda 30/70 e due mitragliatrici Mg 42/59. Le motovedette sono state consegnate alla Libia con una cerimonia ufficiale che si è tenuta il 14 maggio a Gaeta (Lt). La Guardia costiera libica non ha perso tempo a impiegarle contro l'Italia. Il 22 luglio due motopescherecci italiani, Monastir e Tulipano, sono stati sequestrati dai libici in acque internazionali, ma rivendicate dalla Libia. Il comandante della motovedetta ha sbeffeggiato i nostri pescatori: «Senza le imbarcazioni che ci ha donato il vostro governo non saremmo mai stati in grado di inseguirvi e catturarvi».

NUOVI ALLEATI
Non è la prima volta che l'Italia dona alla Libia armi delle nostre forze armate. «All'inizio degli anni Ottanta - spiega Maurizio Simoncelli, dell'Archivio disarmo - il nostro Paese cedette un certo numero di carriarmati Leopard a Tripoli. Allora noi facevamo parte della Nato, mentre la Libia era vicina al Patto di Varsavia e, comunque, ostile all'Europa. La notizia era stata tenuta segreta dal nostro governo, ma si venne a sapere grazie alle "soffiate" dei portuali di Livorno che avevano caricato sulle navi i mezzi. Il governo smentì. Anni dopo, parlando con Lelio Lagorio, che era ministro della Difesa all'epoca dei fatti, mi confermò che quel carico fu eseguito».
Anche la nostra Marina militare da anni collabora con quella libica. Dal 2001 al 2006 la nostra flotta ha tenuto manovre congiunte (denominate Nauras) con quella di Tripoli. «Confermiamo quelle manovre - precisa un portavoce della Marina italiana -. Si trattava di esercitazioni che prevedevano la navigazione di navi italiane e libiche, scambio di messaggi e prove di boarding (ispezioni sui mercantili)». Lo scorso anno, poi, la Libia è entrata a far parte di V-RMTC 5+5 Net, un sistema organizzato che prevede la collaborazione delle Marine militari di una decina di Paesi che si affacciano sul Mediterraneo per il controllo del traffico mercantile.
Nei prossimi anni la collaborazione militare con la Libia potrebbe intensificarsi. Circostanza confermata da Saif el Islam, uno dei figli di Muhammar Gheddafi. «In Italia - ha dichiarato in un'intervista rilasciata al quotidiano La Stampa - mi hanno detto che ci sono state molte polemiche per la presenza delle Frecce tricolori alle celebrazioni del 40° anniversario della Rivoluzione verde. A dire la verità mi hanno sorpreso un po'. So che a breve si terranno esercitazioni congiunte delle forze armate terrestri e aeree di Italia e Libia».
Al di là delle esercitazioni, la Libia nei prossimi anni sarà un mercato promettente per la nostra industria bellica. «La Russia - conferma Nativi - ha siglato con Tripoli un accordo del valore di 3 miliardi di euro per la vendita di aerei da guerra. L'Italia nel settore aeronautico non ha molto da dire. Penso però che il nostro Paese possa giocare un ruolo importante, oltre che nel settore elicotteristico, anche in quello navale. I nostri cantieri potranno dire la loro quando la Marina libica offrirà le prime commesse».
Come a dire: la fetta più grande della torta deve essere ancora mangiata.

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POLITICA E AFFARI
Dalle sanzioni al Trattato

L'accordo firmato da Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi il 30 agosto 2008 è il punto di arrivo di un percorso che ha portato alla revoca dell'embargo e delle sanzioni internazionali nei confronti della Libia e poi ha permesso di aprire le relazioni commerciali fra Tripoli e i principali Paesi occidentali.

Le sanzioni e l'embargo erano stati disposti dalla Comunità europea nel 1986 e dall'Onu nel 1992 (e rinnovati più volte). Rappresentavano il culmine delle tensioni che hanno caratterizzato i rapporti fra Tripoli e l'Occidente (in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna) negli anni Ottanta. Tensioni alla base delle quali c'erano i diritti dello sfruttamento delle risorse marine (in particolare i giacimenti offshore al largo delle coste libiche) e i diritti di navigazione (la Libia ha sempre rivendicato come acque nazionali quelle dell'intero Golfo della Sirte, quindi anche oltre le 12 miglia nautiche riconosciute da leggi e consuetudini internazionali). Lo scontro tra Stati Uniti e Libia ha raggiunto il massimo livello con le battaglie aeronavali del 1981, 1983 e 1986 (con il bombardamento americano di Tripoli e Bengasi), ma soprattutto con gli attentati (attribuiti ai servizi segreti libici) alla discoteca La Belle di Berlino, in cui nel 1986 morirono due militari americani e 230 rimasero feriti, e al volo PanAm, che esplose nel 1988 sopra la cittadina scozzese di Lockerbie provocando la morte dei 259 passeggeri e 11 a terra.

Le sanzioni dell'Onu prevedevano il divieto di collegamenti aerei diretti con la Libia e il congelamento dei beni libici all'estero. Sono state sospese nel 1999 e poi revocate nel 2003. L'allora Comunità europea, inoltre, aveva previsto nel 1986 l'embargo del commercio di armi ed equipaggiamenti militari e altre misure economiche come il congelamento dei fondi libici all'estero e la fornitura di beni e servizi civili legati all'industria petrolifera. Queste sanzioni sono state revocate nel 2004 grazie alle pressioni del governo italiano. La revoca è seguita all'impegno assunto da Tripoli il 19 dicembre 2003 di smantellare i laboratori in cui stava lavorando alla creazione di armi di distruzione di massa e di risarcire le famiglie delle vittime dell'attentato di Lockerbie. Cadute le sanzioni, cessato l'embargo, l'Italia si è trovata in prima linea per siglare nuovi accordi commerciali con la Libia.

Note:

Articolo al link http://www.popoli.info/anno2009/12/0912art1.htm

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