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Stoltenberg ha detto che l’Italia ha tagliato i fondi ma i dati della Difesa sono diversi

Spese militari, più che l’Isis c’entrano gli affari

Enrico Piovesana
Fonte: Il Fatto Quotidiano - 31 gennaio 2016

"Apprezziamo profondamente l'impegno dell’Italia nella lotta all’Isis, tuttavia c'è ancora molto lavoro da fare". Così scriveva a dicembre - rivela il New York Times - il capo del Pentagono Ash Carter al ministro italiano della Difesa Roberta Pinotti, sollecitando il nostro paese a fare di più per combattere lo Stato Islamico in Iraq. Analoghe richieste sono giunte a Roma da Washington per un maggiore impegno militare su altri fronti: dall’Afghanistan, dove ci è stato chiesto di inviare più truppe, alla Libia, scenario nel quale il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest nei giorni scorsi ha sollecitato l’intervento italiano. 
Il maggiore impegno militare dell’Italia sui vari fronti di guerra al terrorismo fornisce il pretesto ideale per chiedere anche un aumento delle spese militari.

Pochi giorni fa il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha pubblicamente bacchettato l’Italia per l’eccessivo taglio alle spese militari avvenuto nell’ultimo anno: meno 12,4 per cento rispetto all’anno precedente secondo i dati pubblicati nel rapporto annuale dell’Alleanza atlantica, ovvero 16,3 miliardi euro spesi nel 2015 contro i 18,4 del 2014. Peccato che un taglio di tale entità non sia mai avvenuto. Basta consultare gli ultimi documenti di bilancio del governo italiano per rendersi conto che le cifre riportate nel documento Nato si discostano molto da quelle reali. Incrociando i dati contenuti nei documenti di bilancio del Ministero della Difesa, del Ministero dello Sviluppo Economico - che ogni anno destina i due terzi del suo intero budget ai programmi di armamento nazionali, leggi Finmeccanica - e del Ministero dell'Economia e delle Finanze - che finanzia invece le campagne militari all’estero - relativi agli ultimi due anni, emerge una realtà ben diversa da quella denunciata dalla Nato.

La spesa militare italiana dello scorso anno è stata di 16,9 miliardi (13,186 miliardi di bilancio Funzione Difesa, più 2,508 miliardi di contributo Mise per armamenti e 1,2 miliardi di fondo missioni del Mef) contro i 17,2 dell’anno precedente (14.077 miliardi di Funzione Difesa, più 2,175 miliardi di contributo Mise e un miliardo per le missioni) con una differenza reale di 359 milioni di euro, pari al 2 per cento, non del 12,4. Errore di calcolo? Per carità,  sempre possibile data l’astrusità bizantina dei bilanci della Difesa italiana.

Sta di fatto che le spese militari che la Nato ci chiede di aumentare hanno poco a che vedere con l’impegno dell’Italia nelle missioni anti-terrorismo e molto di più con gli interessi economici dei colossi dell’industria bellica americana ed europea: Lockheed Martin - quella degli F35 - Boeing, Raytheon, Northrop Grumman, General Dynamics, Bae Systems, Thales e la nostrana Finmeccanica. Gli stessi ‘signori della guerra’ che non a caso hanno visto le loro quotazioni in borsa schizzare alle stelle dopo gli attentati di Parigi e la cui potente lobby condiziona non poco le decisioni della Nato.

 

Articolo spese militari Gennaio 2016

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