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Intervista a don Renato Sacco di Pax Christi

Armi italiane dalla Siria all’Africa ad amici e nemici

«Dobbiamo vigilare il settore degli armamenti con più cognizione di causa»
Luigi Marachella
Fonte: La Voce dei Berici - 13 dicembre 2015

«Vendiamo armi a tutti, in special modo a quelli che sono considerati i nostri nemici. Vendiamo armi anche all’Arabia Saudita che ha molti “canali aperti” con i movimenti terroristici. Ma facciamo finta di non vedere, in l’Italia e in Occidente. Anche dopo gli attentati di Parigi sono documentati i carichi di armi che partono alla volta del Medioriente». Sono parole amare quelle pronunciate da don Renato Sacco, presidente di Pax Christi.

L’Europa, l’Italia e gli occidentali esportano armi e strumenti di guerra a Stati amici e Stati “canaglia”. Armi che vanno nelle mani anche dei terroristi per vie più o meno traverse...

«Papa Francesco è l’unico che condanna apertamente la vendita di armi. Lo ha fatto in modo fortissimo nell’omelia del 12 settembre a Redipuglia e in quella più recente del 19 novembre a Santa Marta. “Maledetti”, dice il Papa. Per noi di Pax Christi è un aiutoformidabile. Per Francesco i trafficanti di armi fanno “lavoro di morte”».

Come mai le grandi industrie belliche sono in genere statali o a maggioranza statale?

«Non lo scopriamo certo ora che le guerre avvengono perché ci sono enormi interessi economici collegati, legati anche all’industria bellica. Oggi dobbiamo vigilare ancora di più il settore degli armamenti, con più cognizione di causa. La tecnologia che gravita attorno al comparto bellico ormai ha rivoluzionato il settore: si producono strumenti di morte e distruzione con sistemi elettronici, laser, biotecnologici. Scordiamoci le grandi fabbriche siderurgiche che fanno cannoni...».

Che ruolo ha l’Italia in fatto di produzione di armi?

«A Cameri, provincia di Novara, c’è un aeroporto militare dove l’Alenia, in collaborazione con gli americani, produce i famosi F35. Un caccia da guerra e da attacco che costa in media 130 milioni di euro: l’Italia ne ha già acquistati 90. Siamo produttori di strumenti di morte e su questo investiamo miliardi di euro. Beninteso: gli F35 sono aerei da attacco e non da difesa. Hanno lunga autonomia, sono invisibili, fanno rifornimento in volo... Con queste risorse quante altre cose potremmo fare? In Afghanistan spendiamo due milioni al giorno per la nostra missione. Quante fognature, ospedali, scuole potremmo costruire?».

Non condivide il fatto che uno Stato “sovrano” non possa prescindere da una autonoma capacità militare e di difesa?

«Peccato che poi nel nostro Paese non abbiamo Canadair a sufficienza per spegnere gli incendi d’estate. Inoltre il comparto bellico dei nostri tempi non incide nemmeno più sull’occupazione, in proporzione di risorse impiegate utilizza meno manodopera di altri settori industriali. Per assemblare gli F35 non ci sono le catene di montaggio, non ci lavorano centinaia di operai, ma solo pochissimi super tecnici specializzati. Il settore bellico ormai super tecnologico è a bassa intensità di lavoro».

Se la grande industria bellica iper-tecnologica non ha nemmeno grandi effetti positivi su lavoro,le industrie classiche di armi leggere invece hanno notevole impatto nel nostro tessuto economico. La lobby è forte...

«Il Papa è appena tornato dall’Africa: noi siamo i più grandi fornitori di armi leggere all’Africa. L’altro giorno ascoltavo una suora missionaria in zona di conflitto: mi raccontava che i “suoi” ragazzi usano tutti armi italiane. Diciamocelo: noi vendiamo armi leggere che vengono usate anche dai bambini per fare le sporche guerre in Africa».

Diciamo che fa molto più scalpore vedere un terrorista dell’Isis che usa un’arma italiana o europea che un bambino soldato in qualche lontano conflitto dell’Africa nera...

«Sono stato molte volte in Iraq: i “saggi” ci chiedono perché non blocchiamo i “rubinetti” delle armi. In Iraq i soldati Usa, tanto per fare un esempio, hanno tutti nella fodera una pistola di una nota marca italiana...».

 

Don Renato Sacco intervista La Voce dei Berici

Un mercato senza crisi

 

I fuoristrada dello Stato Islamico, dotati di mitragliatrici e armi pesanti, che imperversano in Siria e in Iraq fanno certamente più riflettere quando si scopre che “montano” armi fabbricate in Occidente, in Europa e anche in Italia. I principali esportatori mondiali di armi sono nell’ordine gli Stati Uniti (31% dell’export globale), seguiti da Russia (27%), Cina (passata dal sesto al terzo posto col 5%), Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Italia.

L’Italia rappresenta l’ottavo esportatore mondiale di armamenti, che vanno soprattutto a Emirati Arabi Uniti, India e Turchia (dati Sipri, Stockholm International Peace Research Institute). È imponente l’implicazione economica del Ministero della Difesa sul bilancio dello Stato per le spese destinate all’ammodernamento, quantitativo e tecnologico, della struttura militare. Un impatto stimato in circa 4 miliardi sui 20 complessivi del bilancio del dicastero stanziati nel piano triennale 2013/2015.

Il 30 marzo scorso Graziano Delrio, sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei Ministri, ha inviato alle competenti Commissioni di Camera e Senato la “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, impor-tazione e transito dei materiali di armamento” riferita all’anno 2014: numeri ancora secretati. Tanto per dare qualche dato, gli Stati Uniti spendono in media 7,5 milioni di dollari al giorno nella crociata anti-Isis. Stando agli ultimi dati disponibili, l’Italia, sempre per avere il “senso” dei numeri, nel 2014 ha autorizzato esportazioni verso l’Algeria per un valore complessivo di 61 milioni di euro. Il Ciad ha comprato armi italiane, ultimo anno disponibile, per un valore di 87 milioni di euro. Sono decine i nostri “fiori all’occhiello” dell’industria bellica, nomi che rappresentano il gotha dell’industria e che si occupano anche di armi e sistemi d’arma. Finmeccanica, AugustaWestland, Alenia Aermacchi, Fincantieri, Selex Galileo, Selex, Avio, Selex., Oto Melara, Elettronica, Thales Alenia Space Italia

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