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Armi e povertà: un circolo vizioso che si alimenta sulle spalle di miliardi di persone

Il ciclo della povertà
Chiunque viva in società è colpito dalla violenza delle armi da fuoco, ma sono i poveri che subiscono l’impatto più brutale. I poveri sono i più a rischio di essere colpiti, sono coloro che hanno meno probabilità di ricevere cure e trattamenti di riabilitazione e coloro che hanno meno probabilità di far fronte alla disoccupazione conseguente alle ferite da armi da fuoco e alla disabilità che ne deriva. E poiché le armi da fuoco possono essere usate per guadagnarsi da vivere - magari con l’estorsione, la richiesta di armi può crescere a causa della povertà. Si crea quindi un circolo vizioso di povertà e violenza, in cui le armi da fuoco contribuiscono a mantenere i paesi poveri nella povertà.
Le grandi promesse di combattere la povertà fatte durante lo scorso anno non possono essere mantenute finché il flusso di armi da fuoco rimarrà incontrollato. Il raggiungimento di sette su otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio è impedito dalla violenza e dalla disponibilità delle armi da fuoco.
A livello locale, vengono distrutte opportunità di lavoro e vanificate le possibilità di sfuggire alla povertà. I servizi sanitari ed educativi devastati. Su più ampia scala, le imprese nazionali e internazionali possono essere messe nell’impossibilità di operare, il commercio viene ridotto a causa dell’insicurezza nei trasporti, diminuiscono gli investimenti stranieri diretti, i turisti si tengono a distanza e la gestione delle infrastrutture e delle risorse nazionali diventa priva di stabilità.

Ecco alcuni esempi:
• La violenza armata è una delle principali cause della fame – un’indagine della FAO dimostra che i conflitti armati sono di gran lunga la causa principale delle crisi alimentari, responsabili del 35% dei casi tra il 1992 e il 2003.
• Dei 32 paesi con l’Indice di Sviluppo Umano più basso secondo l’UNDP (United Nations’ Development Programme), 22 sono afflitti da conflitti armati. E nove dei 10 con l’ISU più basso sono passati attraverso un conflitto tra il 1990 e oggi.
• Secondo l’UNDP più del 20% della popolazione dell’Africa Sub-Sahariana è stata colpita direttamente dalla guerra civile negli anno ’90.
• Paul Collier, economista della Banca Mondiale, ritiene che una guerra civile in un paese povero costa 50 miliardi di USD all’anno, cioè il 250% di un PIL intermedio.
• Le perdite nette nella produzione agricola a causa della violenza armata in Africa sono stimate a 25 miliardi di USD tra il 1970 e il 1997, l’equivalente di tre quarti di tutto l’aiuto allo sviluppo dello stesso periodo. In molti stati africani la violenza ha ridotto il turismo fino al 50% negli anni ’90, privandoli di un’importante scambio con l’estero.
• La Banca Intermericana per lo Sviluppo stima approssimatamene che il costo annuale della violenza armata in America Latina è di 140 miliardi di USD, cioè il 12% del PIL

Il costo della salute e dei servizi sanitari
“Staccheresti un bambino dal repiratore per attaccarci una vittima di arma da fuoco?” chiede Olive Kobusingye, un chirurgo ugandese di pronto soccorso che ora lavora per l’OMS in Congo-Brazzaville. In Sud Africa il costo medio per il trattamento di una vittima da arma da fuoco è di 10.308 USD. Negli USA è di 20.304. E’ chiaro che la gente che normalmente viene colpita da un’arma da fuoco è di solito troppo povera per sostenere questi costi. Ma anche se il governo paga il conto, la gente povera paga il prezzo in termini di risorse che vengono sottratte ad altre esigenze sanitarie, come per esempio l’HIV/AIDS e ad altri servizi come l’istruzione.
Il Dr. Walter Odhiambo, un chirurgo Keniota e membro di IANSA, racconta la storia di un sedicenne congolese colpito alla mascella da un proiettile. Figlio di un cercatore di diamanti, era stato vittima dei ribelli che credevano che avesse dei diamanti con sé. Gli ci volle un anno per raccogliere tra i parenti e gli amici il denaro necessario per l’operazione. Dovette andare a Nairobi perché gli mettessero una placca di acciaio nella mascella, con un’operazione durata 9 ore e costata 6.000 USD. Questo denaro equivale a:
• un anno di scuola elementare per 100 bambini;
• la vaccinazione completa per 250 bambini;
• un anno e mezzo di studi per uno studente di medicina;

In Uganda, gli stanziamenti per le spese sanitarie prevedono 77 USD a persona all’anno, malgrado il solo costo del trattamento di una ferita da arma da fuoco ammonti mediamente a 284 USD. Nel Salvador il costo della violenza nel 2003 è stato di 1,7 miliardi di USD, l’equivalente dell’11,5% del PIL e più del doppio di quanto il paese destini alle spese sanitarie e all’istruzione. Uno studio del 2002 calcolava il costo totale della violenza negli Stati Uniti, compresi i costi per il sistema sanitario, i salari e la produttività perduti, in 100 miliardi di USD all’anno.
Confrontando tutto ciò con i 4 miliardi del commercio delle armi da fuoco, persino i pochi dati disponibili mostrano come l’impatto del commercio delle armi superi abbondantemente il profitto che produce.

Non sono solo coloro che vengono colpiti da un proiettile a subire le conseguenze della proliferazione e dell’abuso delle armi leggere. Le aggressioni e il saccheggio dei rifornimenti medici, la fuga del personale sanitario fanno sì che anche malattie prevenibili e curabili diventino causa di morte. Per esempio, il conflitto armato nella Repubblica Democratica del Congo ha prodotto 3,9 milioni di morti tra il 1998 e il 2004 - molte delle quali prevenibili – a causa del colera, del morbillo, della polio, della peste e della meningite. I ricercatori ritengono che tra il gennaio del 2003 e l’aprile del 2004, si siano verificate quasi 600.000 morti come risultato indiretto dell’instabilità e del conflitto nella RDC.

Conseguenze indirette
Tutta la comunità soffre delle conseguenze indirette. Per esempio, i bambini non possono frequentare la scuola se volano pallottole e i conflitti per l’uso delle limitate risorse idriche vengono esacerbati se si ricorre all’uso delle armi. Le armi vengono usate per le deportazioni forzate e dentro i campi profughi, dove le persone sono spesso sottoposte a maggiore violenza e a ricatti con la minaccia delle armi. Secondo le Nazioni Unite, i conflitti armati sono attualmente la causa principale della maggior parte dei flussi di rifugiati

Quando circolano armi aumentano i rischi anche per gli operatori umanitari e per la distribuzione di aiuti. La più grande minaccia rispetto agli operatori umanitari sono i civili armati. In uno studio recente sulle condizioni degli operatori umanitari quasi uno su cinque degli intervistati riferiva di essere stato coinvolto in un incidente nei sei mesi precedenti.

Così come nel caso dell’accesso all’istruzione per i bambini, non sono solo le ferite dirette ad impedire l’intervento umanitario, ma la percezione del pericolo. Vengono raggiunti meno beneficiari. Lo stesso studio mostra che un quinto degli intervistati non ha potuto raggiungere il 25% dei destinatari degli aiuti a causa delle continue minacce armate. Ciò significa che devono essere spesi in misure di sicurezza soldi che potrebbero essere destinati agli aiuti diretti. Molte agenzie umanitarie spendono tra il 5% e il 30% del loro budget operativo in misure di sicurezza.

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