La lobby del jet bidone: l'affare è non comprarlo

Daniele Martini
Fonte: Il Fatto Quotidiano - 05 gennaio 2012

I più arrabbiati sono i parlamentari norvegesi. Quando si sono accorti che il governo aveva fornito stime e dati fasulli per convincerli a dare il via libera definitivo all’acquisto del cacciabombardiere F 35 Joint Strike Fighter, hanno reagito in modo severo: l’acquisto non è stato autorizzato e il programma di partecipazione al più costoso aereo della storia è stato sospeso. Forse ne riparleranno nel 2014 sulla base di analisi più rigorose. I norvegesi non sono soli sulla linea del ripensamento. Quelli che si sfilano Molti degli otto paesi che partecipano al megaprogetto dei 3. 200 caccia (2. 443 solo per gli Usa) stanno riflettendo se il gioco valga la candela. In Italia, invece, sembra che l’acquisto di 131 velivoli con un costo vivo di almeno 15 miliardi di euro fino al 2023 (metà della manovra Monti), debba procedere quasi per forza d’inerzia nonostante molte cose siano cambiate, e non in meglio, da quando l’idea del cacciabombardiere fu lanciata 16 anni fa. Da allora sono mutate in peggio soprattutto le disponibilità economiche del bilancio pubblico e quello che allora poteva sembrare un impegno finanziario grave, ma tutto sommato affrontabile, oggi rischia di apparire uno sforzo intollerabile. F35 joint strike fighter Quasi uno spreco, considerato che nello stesso momento agli italiani vengono chiesti sacrifici durissimi proprio per il risanamento delle finanze pubbliche. Le pressioni e gli affari Anche in Danimarca hanno ritenuto opportuno frenare e rinviare al 2014 ogni decisione vincolante. E pure in Australia stanno procedendo con i piedi di piombo, soprattutto da quando la stampa ha rivelato l’esistenza di forti pressioni dell’azienda produttrice dei velivoli, la statunitense Lockheed Martin, sui decisori di quel paese per indurli a firmare i contratti definitivi. Per non parlare del Canada dove il servizio studi del Parlamento ha scoperto che la manutenzione e le spese d’esercizio fanno triplicare i costi di ogni aereo nell’arco della sua vita, e dove quindi hanno cominciato a spulciare le intese finora firmate per individuare la strada più semplice per sfilarsi eventualmente del tutto dall’impresa. Perfino negli Stati Uniti che pure sono il paese culla dell’F 35, dove il progetto è stato pensato ed elaborato e dove l’aereo verrebbe prodotto negli stabilimenti Lockheed Martin di Fort Worth vicino a Dallas, le tetragone convinzioni di un tempo stanno lasciando il passo a un atteggiamento più pragmatico. Soprattutto dopo che sono diventate di dominio pubblico le conclusioni del Quick Look Review, il rapporto sull’F 35 di cui Il Fatto ha svelato l’esistenza mercoledì 28 dicembre. Quello studio commissionato dal Pentagono dimostra che il più sofisticato aereo della storia non funziona ancora come dovrebbe e che per eliminare tutti i difetti riscontrati ci vorranno altro tempo e altri soldi. Quattrini che faranno lievitare il prezzo finale di ogni aereo già salito nel giro di pochi anni da 80 milioni di dollari a 130 considerata la media delle tre versioni proposte (A, B e C). I patti di Washington In Italia potrebbe esserci una via d’uscita indolore dall’affare F 35, senza il pagamento di penali o con costi minimi, a patto che il governo lo voglia. La decisione spetta al nuovo ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, che però è considerato uno dei più strenui difensori del programma. Intervistato da Radio 24 Di Paola ieri si è detto disposto a una revisione dei programmi militari, senza tabù di sorta, ma alla domanda se la rivisitazione avrebbe riguardato anche gli F 35 ha messo le mani avanti: “Non capisco e non condivido la caccia all’untore a uno specifico programma”. Nel 2002 (governo Berlusconi) fu proprio Di Paola, allora segretario generale della Difesa, a firmare a Washington il primo accordo per la partecipazione italiana alla fase di sviluppo del cacciabombardiere e per questo fu indicato dal direttore americano del Divieto di caccia progetto come il “formidabile sostenitore del Joint Strike Fighter in Italia”. Cinque anni dopo (governo Prodi), il sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri firmò un altro Memorandum of Understanding. In quel documento rintracciato da Francesco Vignarca di Altreconomia si stabilisce tra l’altro che qualsiasi Stato può “ritirarsi dall’accordo con un preavviso scritto di 90 giorni”. Missione nucleare Nella peggiore delle ipotesi l’Italia potrebbe essere costretta a sborsare un contributo una tantum di circa 900 milioni di euro. Che si aggiungerebbero ai 2, 7 miliardi già spesi per lo sviluppo dell’F 35, compresi gli 800 milioni per l’impianto di Cameri (No-vara) dove l’Alenia (Finmeccanica) dovrebbe produrre l’ala sinistra e assemblare alcuni velivoli destinati al mercato europeo. Al di là dei costi, però, molti si chiedono se l’F 35 sia adeguato alle esigenze del sistema difensivo italiano. Il cacciabombardiere è un concentrato di tecnologia pensato soprattutto per missioni d’attacco, comprese quelle nucleari. Può essere armato con le bombe atomiche B 61 custodite in vari siti europei. In Italia ce ne sono un’ottantina a Ghedi e Aviano, anche se nessun governo ne ha mai ammesso ufficialmente l’esistenza.

Note:

La campagna promossa anche da Rete Disarmo è al link www.disarmo.org/nof35